Fleet Foxes – Helplessness Blues

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3 Maggio 2011 Subpop.com fleetfoxes.com

Tutto è possibile, in questo grande postmodernariato che è il ventunesimo secolo: anche che il folk revival, un tempo colonna sonora del rigore e dell’impegno politico, diventi il luogo di ristoro trendy per ascoltatori compulsivi con i timpani in overdose. E se la cosiddetta “loudness war” nei volumi delle produzioni contemporanee va affievolendosi, parte del merito è anche di oasi di pace isolate, come quella dove fanno base i Fleet Foxes.

Usciva due anni fa, il loro omonimo debutto. E quanto ci era piaciuto tanto trovarci tutti quei bei bon-bon, tanto piccoli quanto perfetti. Avevamo persino finto di credere agli autori quando i raccontavano che le loro armonie vocali venivano da un lungo studio dei canti medievali (altrochè i Beach Boys e i CSN&Y che azzardavano i giornali, evidentemente disabituati a tanta semplicità). E poi c’era quel dipinto bucolico in prima pagina: che meraviglia, che purezza, che profumo d’antico…questi devono venire da una specie di Eden, una dimensione candida e immacolata, lontana mille miglia dai nostri umani travagli. Anche per questo, fino a ieri era difficile figurarseli mentre passano notti insonni a scrivere bozze e gettarle nel cestino in attesa di uno straccio di idea.

Pare che sia andata proprio così, invece: che, alla faccia della “spontaneità” dell’ispirazione, i cinque di Seattle abbiano sudato assai per tenere fede alla qualità del loro primo lavoro e che di tutta una prima infornata di composizioni, non giudicate all’altezza, sia rimasto solo qualche schizzo acustico. Poi, finalmente, la quadratura del cerchio, che in questo caso specifico ha anche un nome: Morgan Henderson, un palmares tra l’indie e il post-hardcore (vedi alla voce Blood Brothers) e un presente da brillante polistrumentista. A sorpresa, l’incontro fra il retroterra del gruppo e quello del suo concittadino spinge Helplessness Blues su lidi quasi “progressivi”, tant’è che la tracklist include, oltre alle già note melodie cristalline, ben due suite. La seconda, The Strine / An argument , con i suoi otto minuti di durata, gli infiorettamenti del sax e un ritmo depistante, è la traccia più significativa per capire cosa c’è di nuovo nella band di Robin Pecknold.

Intendiamoci, però: ancora non si viaggia così lontano da lambire il confine con il John Barleycorn dei Traffic, né così in alto da tendere la mano a Tim Buckley lo Starsailor. I titoli da soli (Helpnessess blues, Montezuma) bastano a capire che in questi solchi è ancora Neil Young a impartire lezioni, ed è una prima, buona notizia. La seconda è che i Fleet Foxes hanno messo le basi per un viaggio che potrebbe durare ancora a lungo.