Rainbow Arabia – Boys And Diamonds

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Marzo 2011 Kompakt RainbowArabia.wordpress.com

Without You

Strano gruppo, i Rainbow Arabia. Duo losangelino (marito e moglie) dedito ad un pop sintetico che pesca a piene mani tanto dagli anni ’80 più asettici e danzerecci quanto da caldi landscape etnici lastricati di percussioni africane e litanie asiatiche, giungono a consacrare con questo “Boys and Diamonds” un’alchimia ossimorica fatta di hipsterismo patinato e genuina trasfigurazione esotista-edonista di sonorità ancestrali. Comune denominatore è ovviamente il ritmo, la corporalità estatica, una fusione cosmopolita tra il battito alienante dei dancefloor metropolitani e il timbro avvolgente dei tamburi e delle marimbe, manco ci si trovi ad un rave party sciamanico sulla cima del monte kenya, in bilico permanente sull’orlo del precipizio.

Siamo molto distanti dall’africa gioviale e sbarazzina favoleggiata dai Vampire Weekend nelle camerette del loro college; la world music dei Rainbow Arabia, anche nei momenti più traboccanti di brio, è una cartolina crepata da cui filtrano sentori di nevrosi e inquietudine. Prendete ad esempio il singolo, “Without You”: apertura con poliritmi tribali, ritornello catchy da manuale electropop, il tutto ammantanto da synth memori del revivalismo 80’s in salsa M83.

La perfetta soundtrack per qualche ammiccante teen drama inglese, se non fosse che in tanta cangiante policromia non mancano di insinuarsi algidi spifferi di decadenza dark wave, come nelle distese ansiogene di “Papai”, accarezzate dalle invocazioni ieratiche di Tiffany Preston. Proprio l’ecletticità della cantante è il trait d’union tra fascinazioni tanto eterogenee: maliarda incantatrice, vezzosa e lasciva fatina pop (M.I.A. docet) o officiante di solenni cerimoniali lisergici, la sua ugola riesce ad incarnare splendidamente gli umori singhiozzanti di un mondo globalizzato, tra ascesi e disimpegno, rimpianti di un’innocenza primigenia ormai sfumata e artefazioni moderniste.

Nella seconda parte del disco, quando l’anima elettronica si fa preponderante, è impossibile non evidenziare qualche affinità di troppo con un altro celebre duo synth-pop degli anni zero, i The Knife (si pensi alla raggelante e scarnificata “Mechanical”, il vertice della de-umanizzazione, nonostante l’apporto del clapping), ma alcuni inaspettati guizzi di creatività permettono di soprassedere, valga come esempio su tutti la conclusiva “Sequenced”, in cui i Rainbow Arabia si permettono di strappare la “Rocket Usa” dei Suicide dal claustrofobico sottosuolo di New York per lanciarla a rotta di collo verso il crepuscolo fantasmatico di una savana espressionista (pulsazioni ossessive e minimali, tam tam mesmerico, scampanelii mistici, spiriti ululanti tra le sagome frastagliate dei baobab). Un disco meritevole e discretamente originale, dunque, fermo restando che l’impressione a freddo è quella di un caleidoscopio abbacinante destinato ad appiattirsi in breve tempo su una tiepida monocromia.