Longing to Belong
Poggiando su un piatto della bilancia la media delle ultime produzioni Pearl Jam (facciamo da Binaural in poi) e sull’altro l’attesa uscita solista di Into the wild, qualcuno aveva pronunciato l’ardua sentenza: Eddie Vedder lasci perdere la vita di gruppo e si decida a mettersi in proprio. Sempre che i pezzi per la colonna sonora del film di Sean Penn dicessero il vero, il suo stile è già abbastanza maturo da camminare da solo, senza tutto il seguito dei chitarroni. Questo almeno, stando al partito dei nostalgici, cui presto si sono uniti quanti sperano che, una volta messo a dieta, il lirismo vedderiano perda quel tanto di pomposo e retorico che da sempre gli aliena le simpatie dei punk rocker duri e puri – Cobain in primis.
L’uomo maturo in cerca della pace interiore che si arrampica sulla roccia più alta per ululare serenate alla luna è un’idea dal fascino beatnik. Ma un’idea da sola non basta a fare tutto un disco, perlomeno non quando si dispone di un organico così ridotto. Anche chi già pregustava un lavoro “asciutto”, magari un nuovo Nebraska, ha sbagliato i conti: un buon ottanta per cento della retorica Pearl Jam si trova, nel bene o nel male, dentro al vocione di Vedder, nel suo modo di scrivere e di cantare. Lo stesso incedere possente, quindi, le stesse ballad d’ispirazione “classica” che ora devono contare sull’aiuto di un chitarrino striminzito. Sfidiamo anche il più stoico dei minimalisti ad arrivare fino al duetto con Cat Power di Tonight you belong to me senza rimpiangere nemmeno una volta gli assoli del vecchio Stone Gossard…