Marry The Night
Recensire questo disco per un sito di musica prettamente alternative, nella mia veste di critico indie, è il preludio di una carneficina. Ma la scontatezza dà fastidio un po’ a chiunque ed anche a me. Il fatto è che recensire Lady Gaga non significa recensire un artista, ma un atteggiamento di marketing da major nel 2011.
Il punto cardine della questione è che le major stanno cambiando, il mercato indipendente e il peer2peer hanno ribaltato molti ecosistemi, e come fa notare Simon Reynolds, la musica underground non è da meno nella mutazione. I lavori degli ultimi tempi presentano una pulizia del suono ed un mastering tipico di produzioni mainstream del passato, in concomitanza con il suono pop che mima sempre di più la sporcizia della sottocultura.
Lady Gaga gioca nel campo pre-era glaciale dei megaconcerti con effetti speciali e balletti accompagnati da ballate post-Britney Spears.
Questo album non va al di la della rappresentazione di se stesso. E rappresenta il target di mercato che vuole colpire, lo rispecchia e ci fa vergognare, a giudicare dai volumi di vendita (anche se al di sotto delle aspettative).
Potrei dire che è “a tratti gradevole”, ma c’è Katy Perry che fa tutto meglio di lei, e riesce ad eccitarmi in maniera non freudiana. E allora perché dovrei sceglierla?