Sembra che il 2011 sia l’anno in cui l’avant-rap, o comunque l’hip-hop più astratto, voglia tornare nero. Dopo la meteora cLOUDDEAD con i suoi figliocci, ma anche Kill The Vultures ed El-P, forse finita la carica intelletualizzante di certi ambienti ecco che quest’anno spuntano i selvaggi Death Grips di Exmilitary ed ora la Sub Pop fa uscire il suo primo album rap con Shabazz Palaces. Al centro del progetto però non c’è un ragazzino, ma Palaceer Lazaro aka il newyorkese Ishmael “Butterfly” Butler già nei Digable Planets, che negli anni ’90 portarono avanti un loro sofisticato ed innovativo rap impastato di jazz, spesso al livello degli A Tribe Called Quest. Insieme a lui il multistrumentista Tendai Maraire, che sarebbe sconosciuto se non fosse il figlio di Dumisane Maraire, il più grande maestro di mbira, il thumb piano tradizionale africano, usato anche nel brano An Echo From The Hosts That Profess Infinitum.
Prendiamo questi due spunti autobiografici, come potrebbero essere infiniti altri possibili, per provare a raccontare la musica degli Shabazz Palaces.
Un album che rischia di perdere moltissimo, decisamente troppo – e qui forse è il suo limite – , con ascolti distratti al computer o in macchina, non ha fame di voi, non s’incastra nel traffico che ci gira attorno, ma, se gli concedete un ascolto in cuffia, è capace di sobillare un traffico di ombre sulle pareti del vostro soffitto.