A Dente piacciono i giochi di parole: negazioni che affermano, anastrofi stranianti, divertissement d’ogni sorta. Dente è anche un buon compositore, cantattore dall’indole cabarettistica nascosta dietro ad una pacatezza d’altri tempi. Alcuni parlano di lui come d’un novello Battisti: vale la pena giocare con lui. Dopo “L’amore non è bello” e “Canzone di non-amore” può balzare alla mente l’immagine d’un Dente-lupo solitario dal cuore spezzato/dente cariato che festeggia il 15 febbraio baldanzoso sul divano. Invece ci troviamo davanti ad un cinico-romantico portatore dello Stilnovo disilluso degli anni Zero, ma sempre in balìa della donna-angelo, quella Beatrice dagli occhi azzurri e i capelli biondi, che per l’occasione ha pure le scarpette rosse e si chiama Irene.
Tutto è permeato di uno squisito candore retrò, enfatizzato dal nonsense sornione e contrapposto all’inchiostro più cinico. Un agrodolce ora sonnacchioso (“Due volte niente”), ora più sbarazzino fatto di tocchi elettronici (“Piccolo destino ridicolo”), (rin)tocchi di campane (“Io sì”), tastierine giocose (“La settimana enigmatica”), sax festosi e pizziche jazzistiche. Un (fen)Dente ben assestato dunque, che colpisce quando meno te l’aspetti.