Non ci avevano certo abituati ai francesismi Appino e soci, dopo aver mandato affanculo tutta la gente di merda col disco interamente in italiano, a suon di punk’n’folk toscanaccio. Ora, sembra arrivato il momento di cristallizzare la rabbia, canalizzarla ed indirizzarla verso una più ampia fetta di pubblico, guardando al cantautorato nostrano meno ortodosso e ad una chanson più sbarazzina nei modi, ma nuovamente incisiva nei contenuti.
Sia chiaro, non si è perso un grammo d’autenticità e genuinità made in Pisa del Circo Zen. La foga però si fa più sottile a livello sonico, affiora il retrogusto amarognolo d’una rassegnazione subito smentita dall’ardore combattivo del lirismo al vetriolo. Dietro le quinte del circo sempre i Violente Femme di Brian Ritchie, i Pixies e un po’ in disparte gli Husker Du. Soprattutto ritornano prepotenti gli stessi Zen Circus di “Doctor Seduction” (targato 2004). Bandiera nera (in senso blackflagiano, ovvio) degli indignados d’Italia per acclamazione, gli Zen si rivolgono ad un precariato ed un proletariato che forse neanche più esiste, così in balia dell’ottundimento generalizzato delle coscienze sociali, con l’intento forse di ricrearlo insieme, di smuovere qualcosa almeno, con meno ironia baldanzosa e più sagacia ironica.
Certo con queste sonorità, la svolta “popolare” (in ottica di vendite) arriverà, ma non c’è troppo da preoccuparsi: le bestie Zen non sono addomesticabili.