Checché ne dicano quei mandrilloni poco raccomandabili di RollingStone Italia (vedi l’articolo ‘Grimes e la scapigliatura del pop’), non credo sia rilevante decidere se Grimes (al secolo Claire Boucher, ventitreenne canadese) sia carina abbastanza per sfondare nel Mondo Del Pop, dal momento che è lei la prima a fregarsene.
Lei si preoccupa di fare la sua musica post-internet (miscuglio di infinite influenze acquisite grazie alla Rete, ripassate in salsa elettronica) e prende la questione molto ma molto sul serio. Questo Visions, terzo disco in due anni per la signora Boucher, nasce da tre settimane di reclusione ai limiti dell’autosequestro. Garageband, qualche pedale e una tastiera sono stati la vita di Claire per ventuno giorni (poi ovviamente è quasi impazzita, ma è un dettaglio trascurabile). Per farsi piacere questo disco basta sicuramente meno: appena parte ‘Genesis‘ è chiaro che non si tratti del solito rimpasto senza carattere; se i vostri timpani hanno sopportato Kate Bush, il falsetto imperante non vi creerà problemi, e le basi hanno una leggerezza inquieta che sembra veramente arrivare da un altro mondo. A completare il quadro, i testi di gusto dadaista che conferiscono quel tocco trash-chic che tanto piace agli hipster.
E dire che il suo sogno sarebbe vivere in pijama e scrivere pezzi per Rihanna…