Se al posto degli aerei sugli uffici, dei kamikaze, delle armi e di tutto il resto, al Qaeda avesse scelto i dischi, questo gruppo sarebbe stato ground zero. The money store è un tentativo di cambiare le carte in tavola, un esperimento pioneristico, il terrorismo: scordatevi di ogni cosa che avete messo nello stereo da quando siete nati, perché qui siamo alle bombe. Ogni brano di questo disco è un attacco a tutto quello che esiste, perché risponde con un vaffanculo secco a ogni confronto che ci venga in mente di fare.
La voce è arrabbiata, vera, e vedere Burnett in azione mette i brividi. Talvolta tutto questo assume sembianze umane, quasi normali, ma sempre potentissime (“I’ve seen footage”). E poi il brano dopo ti dà un calcio negli stinchi, coi campionamenti etnici, le campane e un ritmo sbilenco, capisci che ti sbagliavi, che era un attimo. Volendo per forza trovare dei paragoni, per chi non potesse farne a meno: El-P, Aesop Rock, Dalek. Per restare a casa nostra, gli Uochi Toki, forse. I Death Grips però non sono intellettuali, stanno senza maglietta e fanno paura. Aprite il culo, 9/11.