Matthew Dear, texano di nascita, è sempre stato combattuto, musicalmente parlando, fra Detroit e Berlino. Con Beams l’artista sembra aver scelto, forse definitivamente, la sua collocazione geografico-musicale.
Non è più tempo di alzare le mani, come si veniva incitati a fare nel suo primo singolo del ‘99 Put your hands up for Detroit. Il lato techno della città post-industriale che diede i natali a Derrick May rimane sullo sfondo dell’album, a tratti nemmeno rinvenibile, relegato ad altri progetti sotto vari moniker (Audion su tutti). Dear sembra invece aver preso un volo diretto verso la Berlino New Wave di fine anni ’70. Si fanno sempre più forti, ancor più che nei due album precendenti (Asa Breed e Black City), i richiami al duo Bowie-Eno del periodo berlinese e all’ avant-pop di David Byrne tutto, ovviamente, rivisitato in chiave più elettronica.
Molti sono i riferimenti in Beams : dalla New wave alla Minimal passando per contaminazioni afro fino al Funk . Non c’è, sia chiaro, nessuna rivoluzione né tantomeno nessuna invenzione epocale. C’è però una mente brillante ed eclettica capace di svariare di genere in genere arrivando probabilmente alla tanto attesa maturità sonora. Parafrasando un film di fine anni ’90 vengono alla mente due considerazioni: 1. Mattew Dear è pazzo. 2. Può permetterselo.