Chissà quanto glielo griderebbero volentieri, quegli ascoltatori un poco puritani e fautori di un songwriting lavato a secco: “Rufus, esci da quel corpo!” E non perché il fisico del nostro non vada, tutt’altro: è un figurino modello, l’ideale per farsi strada a forza di pose di dandy. Il punto è che Rufus Wainwright non ne vuole sapere di essere uno che scrive canzoni come tanti ce ne sono. È figlio di cotanti padre e madre, e appena si presenta l’occasione fa sfoggio delle credenziali dinastiche, quelle che invece imbarazzano la prole dei vari Dylan e Cohen – una figlia di quest’ultimo, Lorca, ha anche dato a lui e al suo compagno una bambina, come se dovesse mettere mano al nobile genoma pure quand’è d’altri. Quando non si diletta a risalire l’albero genealogico, allora cerca parentele putative nel repertorio di Judy Garland (riproposto dal vivo al Carnegie Hall) o addirittura nei sonetti del Bardo: tre brani nel suo ultimo disco, Songs for Lulu, portano la doppia firma Wainwright –Shakespeare. Insomma, capito il tipo?
Di memorabile c’è una title track di rara cantabilità, e il crescendo di Jericho, così intrigante da dimenticarsi per un attimo di quanto Elton John e quanto Freddie Mercury ci siano dentro. Di apprezzabile gli arrangiamenti che, anche con archi o con sintetizzatori, riescono a non annegare la scrittura cristallina in un’orchestrazione da Grand’Operà. Di commovente il finale di Candles. Perché sì, abbiamo mentito, la dedica in realtà c’era, ed è rivolta proprio alla madre Kate Mc Garrigle, da poco scomparsa: però è un pensiero sottovoce, che si fa bastare chitarra acustica e fisarmonica e che, crediamo, strapperebbe una lacrimuccia anche ai più austeri custodi del three chords and a thruth.