Un po’ come un disegno, Composed, è una linea di contorno nera e spessa che abbraccia i vari colori che stanno a dare voluminosità alle forme, e il pittore dona a queste tinte i più bizzarri modi di esprimersi autonomamente, dalla primordiale vivacità di colori come il giallo a quelli più cupi densi, compatti e impenetrabili come il nero; oppure lo possiamo paragonare a una immensa opera cinematografica di cui Jherek è il regista, quello che butta giù le idee, quello che riprende e dirige tutto senza poi esserne il protagonista, ma anzi sceglie attori che possano dar vita alle immagini e alle emozioni da lui ideate il più realisticamente possibile.
Il riferimento al mondo cinematografico non è del tutto casuale, infatti, tra le altre innumerevoli attività a testimonianza del suo straordinario eclettismo, Jherek, è un compositore di colonne sonore. Tanto per dimostrare l’anarchia intellettuale di questo compositore basti sapere che ha lavorato come arrangiatore per Xiu Xiu, Jacht e Evangelista, fa da polistrumentista per i Casiotone For The Painfully Alone, ha suonato con i Los Campesinos, è il bassista dei Dead Science, ed è il produttore delle Parenthetical Girls, e di Jason Webley. Uno che si è certamente sudato quello che ha ottenuto insomma.
Tant’è che fa un po’ strano ritrovarsi in mano un lavoro che come collaboratori vanta nomi quali David Byrne, in Eyes, o Caetano Veloso con Greg Saunier in The Secret of the Machine. Ma tant’è. E si badi bene che questo lavoro non è un’accozzaglia di nomi messi lì tanto per far scena, ma è un progetto definito, studiato, curato nei minimi particolari.
Il tutto è partito da un ukulele al quale poi di volta in volta sono stati aggiunti elementi su elementi, addomesticati dalle svariate e camaleontiche voci che hanno accompagnato Bischoff nell’arrangiamento, che gli hanno donato una varietà e una molteplicità di sfaccettature in grado di rendere quest’album un qualcosa di unico. The secret of the Machine gioca animosamente con violini e percussioni dando vita, con la voce di Caetano Veloso, a un simpatico movimento stile Disney; Eyes invece, cantata da David Byrne, suona come uno dei momenti più alti di Andrew Bird; Blossom, con Nels Cline, sa molto di Patrick Wolf ebbro di orchestrazioni alternato a momenti di stasi, in cui la chitarra classica si fa elemento portante, e a momenti noise. Mentre Young & Lovely, che vede la partecipazione di Zac Pennington (Parenthetical Girls) e Soko, suona come un pezzo dei Placebo traslato sulle orchestrazioni barocche, ma sempre benefiche, di Sufjan Stevens.
Tutto questo gioco di rimandi, e tutte le collaborazioni, stanno a dimostrare la grande capacità del compositore di Seattle di sapersi adattare, o meglio, di saper uniformare la sua musica a stili tra i più distanti senza perdersi in giochi formali, ma puntando dritto alle emozioni, che quelle voci, così accuratamente selezionate, e quegli arrangiamenti perfettamente composti sanno dare; senza ghiribizzi virtuosistici o smanie di egocentrismo.
In questo caos, c’è l’equilibrio, ponderato e assoggettato alle proprie capacità registiche.