Ritornano, dopo due anni, le inconsce fiabe sonore del menestrello aretino Fiore: undici piccole opere, catalogate in un dolce museo. Storie che animano uno zibaldone noto ai più: pagine dell’eterno ritorno, della nostalgia canaglia e di una dimensione privata, a volte però un po’ troppo autoreferenziale. Tutti temi cari al cantautorato italiano, resi personali dall’uso unico e innovativo delle liriche e dell’orchestrazione (come già ampiamente dimostrato nel primo disco solista).
Si passa dalle atmosfere liquide e scivolose di Attento a me stesso – con il tintinnìo interno delle giostre, il brulichìo dei bambini e la semplicità e l’allegria delle bolle di sapone (cose di cui Fiore non parla, ma che si percepiscono a chiari tratti) – a una produzione dove le sensazioni di freddo fanno da padrone e bisogno di protezione, necessità di carezze e amorosi sensi ([…] scusami mi son permesso solo di farti un regalo/ l’unico possibile col mio cachet […]) occupano la scena principale. Eclettici sono i testi, e le musiche non fanno eccezione: duttili, modellate da arrangiamenti variegati, quasi nate dall’incontro tra una filastrocca e un’orchestrina circense. Un modo di raccontare del tutto personale, con una propria poetica e firma d’autore.
Un album eclettico e sincero, coraggioso senza dubbio, ma di certo discontinuo e carente di coesione interna. Dolce nel sentimento ma cupo di fatto: prendono il sopravvento sfumature scure, forse preannunciate in sordina dall’ultima traccia di Attento a me stesso, Trenino a cherosene (“… quante pene, quante pene…” classico della filastrocca allegra con testi ansiogeni, come Samarcanda). Chissà che il cantautore toscano non abbandoni queste tonalità buie dai ritmi intermittenti nei suoi prossimi lavori, dando vita a esecuzioni più luminose, vibranti e coese, delle quali ha dato prova di autenticità e innovazione?