Drug
Dice bene James Petralli dei White Denim, quando sottolinea l’importanza dell’arrivo, come quarto membro, di Austin Jenkins alla seconda chitarra, nel loro consolidato terzetto, capace di riportare alle radici di quel “sense of humor”, quel divertimento purissimo di giocare con la musica, che caratterizzava l’esordio della band texana e che, ammette Petralli, si era seriamente ed assurdamente rischiato di perdere. E’ per me infatti un piacere tornare a parlare di una band in pienissima forma, che vanta il solito quantitativo esorbitante di idee, dopo che l’album precedente, Fits (2009), loro seconda opera se escludiamo le self-released, aveva fiaccato le mie aspettative, virando verso formalismi più convenzionali e pieghe post-hendrixiane un po’ santìe, più alla ricerca del riff vincente che in balìa della loro inconfutabile creatività.
La tentazione del recensore potrebbe essere quella di snocciolare le infinite influenze che ci si sentono dentro e che possono lasciare confusi, ma se ci si concede un ascolto meno malizioso si avrà evidenza di un lavoro sincero, pregno e vitalissimo, e che questi sono i cardini della sua orginalità. I ragazzi flirtano con il caos che è un piacere, o se preferite, visto che, pare, la “D word” del titolo starebbe per Drug, esplicitata dal singolo omonimo, diremmo che sanno perfettamente addomesticare la loro scimmia.