The Dirtbombs – Party Store

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Febbraio 2011 In The Red Dirtbombs.net

Good Life

Non si può parlare della scena musicale di Detroit senza parlare di Mike Collins e dell’ultima creatura con cui costui sta tessendo questo legame indissolubile, ovvero i suoi The Dirtbombs. Col senno di poi si potrebbe pensare che Collins abbia scelto di ergersi a monumento del Garage Rock, tra tutti i generi che pare amare, solo per l’ironico paradosso di fare “garage” nella città simbolo dell’industria automobilistica americana. Tutto però iniziò, per quanto riguarda i Dirtbombs, con un capolavoro, ovvero quell’ Ultraglide In Black che di Detroit omaggiava con una serie di cover incendiarie di classici soul la culla della Motown. Ora però con questo Party Store, rivisitando la techno music che proprio a Detroit ha avuto una scuola decisiva, forse questo legame inizia a mostrare a tratti i suoi limiti di auto-circoscrizione, e sforzi di immedesimazione con la scena underground che non coincidono con l’evoluzione creativa e rischiano di scivolare in una puerile musicologia.

La resa di brani che hanno edificato l’idea del divertimento danzereccio e della rave culture, in questa veste stracciona e torbida, è in linea di massima convincente, ma sarà difficile strappare all’intero progetto qualcosa di più della definizione di “interessante”.

Molto banalmente, decidendo di prescindere da quei suoni da cui è partita la fascinazione che ha dato origine a quel tipo di creatività, forse si fa loro più torto di quanto si dovrebbe e di certo non se ne evidenzia la portata storica. I due brani dei Cybotron, i “Kraftwerk neri”, ovvero Cosmic Cars e Alleys Of Your Mind, ad esempio, pur risultando altrettanto fascinosi in questa versione marziale e asciutta, sembrano suggerire che dietro non ci fosse altro che roba che gli Stooges non avessero già fatto e digerito, cosa che probabilmente è quantomeno fuorviante. A volte si tenta di sostituire all’irradiazione dei suoni elettronici la scossa di quelli elettrici, così Bug In The Bass Bin dell’Innerzone Orchestra di Carl Craig rimpiazza epocali squarci space con 20 minuti di canoniche sfuriate noise. In altri momenti l’adattamento tra punk e disco, come nei classiconi riempipista Sharevari e Jaguar, risulta ben lontano in termini di groove e furore dalla roba inebriante che si faceva a New York trentanni fa, da James Chance agli ESG ai Liquid Liquid, e finisce per non dire molto oltre i confini municipali pur riuscendo ad assestare qualche bel colpo sotto la cintura.

La forzatura rock esige una normalizzazione che fa vibrare bene Good Life degli Inner City, ma che toglie smalto alla favolosa Strings Of Life di Derrick May.

In attesa di un ritorno dei Dirtbombs con pezzi autografi, questo è un disco che fa il suo lavoro, ovvero di mettere a punto le coordinate di un genere, il garage americano, che spesso rischia di passare per un ramo secco, mentre è realmente il risultato di influenze vaste e molto ben assorbite. L’impressione però, rispetto all’operazione di Ultraglide In Black, è che, per fattori assolutamente comprensibili, diremmo strutturali, qui l’irriverenza del rock non ha impattato con il rispetto reverenziale di una musica che invece è nata per essere risuonata, reinterpretata, remixata e rigenerata, rivestita e il tentativo di spogliarla della propria storia è andato a vuoto, per scoprire che sotto il vestito, niente.