Parentheses
L’impianto di “Burst Apart” prende le distanze dal precedente apprezzabile “Hospice”, ma non per necessità-virtù o per uscire dalla storia di quel rapporto d’amore e malattia che rotolava dentro, ma per sondare altre spiritualità sonore e farle bypassare attraverso la verve di un Peter Silberman che, in combutta con i suoi The Antlers, torna a far parlare di sé, ma per un’inaspettata curva stilistica che si evolve in un “molliccio easy” che non rende giustizia a nulla.
Non che ci si aspettasse chissà ché – ma perlomeno che i tre ben piazzati Newyorkesi si dessero da fare in un esercizio d’elevazione, tutto qui!
E nel disco s’alza l’elegia synthetica che ottunde i sensi, fuori dell’epico crinale dove erano soliti aggrapparsi per divulgare le melodie oscure e malate, sotto quella cappa orchestrale molto a la Arcade Fire, senza conoscere la possessione di un luogo astratto dove poter imbastire un minimo di tachicardia rock; è il disco del “tutto compreso”, una guida alla cieca che imbarca tutto al suo passaggio: poche quelle chitarrine che ricamavano i singulti romaticoni di Silberman, troppi questi synth che rincorrono le sensazioni di buio wave di marca Wild Beast, gli stampi a presa rapida degli onnipresenti marasmi Radiohediani o Thin Shadow, “Every night my theet are falling out”, “French exit”, “Parentheses”.
L’America degli The Antlers nemmeno si accorgerà di questo ritorno, di questo cammino che procede senza nessuna sorpresa; ma proviamo ad aspettare, sperando che i ragazzoni di New York non continuino a manifestarsi in codesto modo finché respireranno, forse sono impossessati da un’incursione a yo-yo nel baratro dalla quale non riescono a trarre soluzioni positive, nemmeno aiutati dallo spirito annegato di Buckley che borbotta licenze e somme tra le righe; nel frattempo possiamo fare una cosa, ritornare mentalmente al precedente “Hospice” pieno di quel rapporto tra amore e malattia, come a dire: “si stava meglio quando era peggio”.