The Antlers – Burst Apart

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10 maggio 2011 www.frenchkissrecords.com The Antlers

Parentheses

L’impianto di “Burst Apart” prende le distanze dal precedente apprezzabile “Hospice”, ma non per necessità-virtù o per uscire dalla storia di quel rapporto d’amore e malattia che rotolava dentro, ma per sondare altre spiritualità sonore e farle bypassare attraverso la verve di un Peter Silberman che, in combutta con i suoi The Antlers, torna a far parlare di sé, ma per un’inaspettata curva stilistica che si evolve in un “molliccio easy” che non rende giustizia a nulla.
Non che ci si aspettasse chissà ché – ma perlomeno che i tre ben piazzati Newyorkesi si dessero da fare in un esercizio d’elevazione, tutto qui!

E nel disco s’alza l’elegia synthetica che ottunde i sensi, fuori dell’epico crinale dove erano soliti aggrapparsi per divulgare le melodie oscure e malate, sotto quella cappa orchestrale molto a la Arcade Fire, senza conoscere la possessione di un luogo astratto dove poter imbastire un minimo di tachicardia rock;  è il disco del “tutto compreso”, una guida alla cieca che imbarca tutto al suo passaggio: poche quelle chitarrine che ricamavano i singulti romaticoni di Silberman, troppi questi synth che rincorrono le sensazioni di buio wave di marca Wild Beast, gli stampi a presa rapida degli onnipresenti marasmi Radiohediani o Thin Shadow, “Every night my theet are falling out”, “French exit”, “Parentheses”.

S’inala ossigeno di razza in “I don’t want love”, ci si può eccitare per il battito soul che frigna maestosamente  in “Putting the dog to sleep”, ma è l’aura apparentabile agli anni ottanta che castra, lega ogni volo libero della band, la zavorra che sovrappesa il “cantos totale” del registrato; una formula “fuori tempo massimo” che fa storcere istintivamente qualsiasi recupero in area. Le energie convogliate non a far spessore, ma a imbellettare gli analgesici Cocteau Twins “Hounds”, “No widows”, per arrivare a lambire deliri e falsi allucinamenti “Rolled Together”, fattacci questi già dimenticati nei passati dei Flaming Lips.

L’America degli The Antlers nemmeno si accorgerà di questo ritorno, di questo cammino che procede senza nessuna sorpresa; ma proviamo ad aspettare, sperando che i ragazzoni di New York non continuino a manifestarsi in codesto modo finché respireranno, forse sono impossessati da un’incursione a yo-yo nel baratro dalla quale non riescono a trarre soluzioni positive, nemmeno aiutati dallo spirito annegato di Buckley che borbotta licenze e somme tra le righe; nel frattempo possiamo fare una cosa, ritornare mentalmente al precedente “Hospice” pieno di quel rapporto tra amore e malattia, come a dire: “si stava meglio quando era peggio”.