Amber Jean
Ci sono due pesi massimi sul “piatto news” della bilancia canadese del rock: la prima è quella che più “pesa” ovvero che l’orso Neil Young tornerà sulle scene con gli amici originali dei Buffalo Springfield, ovvero Stephen Still, e Richie Furay, con il basso di Rick Rosas al posto del defunto Bruce Palmer e la batteria di Joe Vitale al posto di Dewey Martin. La seconda è quella dell’uscita del suo nuovo disco “A Treasure” che più che una nuova avventura della saga Younghiana, è il disco nove della “Neil Young archives performance series” e che contiene nel suo interno inediti live che furono il cavallo di battaglia di un glorioso tour americano sui crinali degli anni 84/85 insieme agli International Harvester, e che andarono a sedimentare la colonna sonora di quel bel disco che firmò – non senza mugugni sollevatisi da una talebana Nashville – la storia country mondiale col nome di“Old Wayes”.
E qui non ci possono essere mezze parole, formule critiche o detrazioni cavillose alla ricerca del pelo nell’uovo, è il disco che fa sciogliere anima e corpo, il disco della malinconia odorante di fieno e watermelon, il vizio focoso della nostra gioventù scapigliata che questo rocker di razza – sempre quando meno te l’aspetti – rispolvera, strappa e sbatte in faccia prima che la naftalina del tempo ne smorzi anche il benché minimo accenno di combustione.
Si dice sempre che trovare un amico è trovare un tesoro, ed effettivamente con A Treasure un tesoro è ritornato in vita, e orso Young non fa altro che colorarci il nostro onirico con le sue straordinarie poesie delegate al vento, e che ogni volta che ci arrivano ci fanno sempre sentire lontano da casa, ma saturi di brividi.