Il 2011 s’è rivelato una grande annata per i cultori delle propaggini più frastagliate e spigolose del revival psichedelico. Neanche il tempo di metabolizzare le deformità melodiche del precedente Castlemania, da noi recensito con entusiasmo l’estate scorsa, che l’infaticabile madcap John Dwyer sfodera un altro mostruoso parto sonoro dal suo cilindraccio sdrucito. Il brevissimo intervallo fra le due uscite potrebbe far pensare ad una svendita di riempitivi e b sides impolverate, o ad un blando disco fotocopia, ma l’immarcescibile fricchettone californiano è riuscito non solo a sorprenderci, ma ad innalzare l’asticella qualitativa d’un’altra tacca. Se Castlemania eccelleva nel suo intento di svecchiare l’acid folk e il pop sbilenco dei sixties con una manata di fetida vernice corrosiva (e in questo era vagamente assimilabile al coevo Arabian Mountain degli ex compagni d’etichetta Black Lips), Carrion Crawler è un ritorno alle asprezze allucinate di Warm Slime, con in più una robusta iniezione di anfetamine kraute. Come referente potremmo citare il recentissimo “Dead Magick” dei Dead Skeletons, ma laddove quest’ultimo incanalava una psichedelia cosmica, mantrica e cavernosa su alienanti binari post punk, il gioiello targato Thee Oh Sees non rinuncia a fibrillare il sistema nervoso con una sequela micidiale di sciabolate garage adrenaliniche e frastornanti, gettando un ponte tra il proto-punk dei beatnik più selvaggi e sregolati e la new wave di fine anni ’70.
Dopo tanto annichilimento è quasi un sollievo scoprire che i brani restanti sono schegge infette che non oltrepassano i quattro minuti di durata; orrende mutazioni generate dalla prolungata esposizione del punk rock alle carcasse radioattive di Sonics, Troggs e Monks (ma in Wrong Idea echeggiano perfino i mitici Urinals).
Un disco ribollente e altamente esplosivo, da maneggiare con cautela. Senza dubbio l’apice artistico dei Thee Oh Sees, nonché uno di quei rari casi in cui l’abusatissima definizione di “lisergico”, tanto cara alla critica specializzata, rischia d’andare perfino stretta.