King Animal non è un disco, ma una cartina tornasole capace di evidenziare i target di riferimento di quasi tutte le riviste – Cartacee e non – che si siano cimentate nella sua descrizione – Più o meno forzatamente. Non voglia questo essere un capo d’accusa nei confronti di chi, smarcandosi frettolosamente dal compito, abbia inserito meramente l’opera nell’ambito dei solistici scivoloni Cornelliani, piuttosto, l’opportunità intrinseca – e da non perdere – di capirne il motivo.
Del resto il passaggio su Virgin Radio assicurerà all’opera una buona scrematura di utenza Indie-snob. Per coloro che invece abbiano realmente intenzione di ascoltare il “Re animale” eliminando strutture mentali pregresse, pregiudizi di genere e sulla sua riproposizione, le porte dell’Hard Rock a tinte Psichedeliche saranno aperte per tutta la durata dell’albo. Si, i Soundgarden sono tornati, e sono proprio loro, non la copia in trielina buona per l’incasso al botteghino. Certo, benché possa dimostrarvelo, so benissimo che i più rimarranno comunque scettici, premendo fortemente sui cavalli di battaglia più abusati – in quel caso giustamente – da parte dei detrattori del Cornell solista, annodando insulti contenenti quasi sempre le parole chiave “Post produzione” e “Non ci arriva con la voce”, a loro dico: “Non sapete più godere!”. Ma posso capire, troppe volte abbiamo assistito al ritorno dei morti viventi per poi ritrovarci con in mano un pugno di seghe a vuoto chitarristiche, – nello specifico poi, riportare alla mente “Scream” nel quale Cornell flirtava con Timbaland, non aiuta – ma questo non è il caso, qui l’essenza è intatta. Siamo ancora là, con “Bones Of Birds” non ci siamo spostati di un secondo dal 1993, – perché è lì che va inserito cronologicamente Ndr -, fuori piove e la depressione della Grunge-Scene si specchia malinconicamente sulle pozze ricavate da un asfalto-rock in cerca d’identità. L’eco dei primi Pearl Jam – Qui fondamentale l’esperienza di Matt Cameron con gli stessi – rimbomba nell’oscura malinconia di un suono che si fa preghiera, che è già tiepido ricordo del buon Layne Staley, e del concepire il rock a patto che sia trasfigurazione del proprio mal di vivere.