Snot – Get Some

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Gli Snot erano davvero una grandissima band. Già, erano. Non ci sono più: sono scomparsi insieme con il loro cantante, Lynn Strait, morto in un incidente automobilistico. L’undici dicembre del 1998 la sua auto fu investita in pieno da un autocarro sull’autostrada 101 vicino Santa Barbara. In quel periodo gli Snot avevano appena terminato di girare in lungo e in largo gli Stati Uniti d’America con il carrozzone dell’Ozzfest per promuovere il loro primo, e ultimo, disco: “Get Some”. Alla morte di Strait, carismatico leader e figura di spicco della scena rock/numetal/alternative americana (molti musicisti erano legati a lui da una solida amicizia: Jon Davis dei Korn, Fred Durst dei Limp Bizkit, Mark McGrath degli Sugar Ray, Serj dei System Of A Down, Max Cavalera dei Soulfly e Lajon dei Sevendust che in sua memoria ha scritto “Angel’s Son”, un pezzo acustico costruito su una melodia dal sapore agrodolce), i suoi compagni non se la sono sentita di andare avanti da soli convinti che non avrebbe avuto alcun senso e che il loro sound non sarebbe più stato lo stesso. Ed avevano ragione. “Get Some” ne è la prova: un perfetto concentrato di hardcore, (nu)metal, grunge e attitudine punk condito da una bella dose di talento. Gli Snot, infatti, erano capaci di costruire delle canzoni coinvolgenti, piene di idee e soluzioni mai banali, di quelle che acquistano maggiore forza e spessore ad ogni ascolto. Il feroce e violento cantato di Strait (di chiara derivazione hardcore), un momento arrampicato su melodie sghembe e quello dopo più vicino alla metriche senza sosta care all’hip hop, era l’elemento che li rendeva unici nel loro genere.
Un pugno in faccia. Così potrebbe essere descritto questo disco che pesta per tutti i suoi 48 minuti, interrotti solo da tre brevi brani strumentali che rielaborano in tre differenti modi il medesimo tema. “Snot”, “Stoopid” e “Joy Ride” sono i tre pezzi che aprono il disco e fanno capire sin dall’inizio di che pasta è fatto questo gruppo californiano che sceglie una produzione così grezza che l’ascoltatore ha l’impressione di essere catapultato nella loro sala prove. Il suono è potente, essenziale, diretto: le chitarre di Sonny Mayo (ora in forza agli (hed) p.e.) e del fondatore del gruppo Mikey Doling snocciolano un riff dopo l’altro riuscendo ad essere ora aggressive e taglienti, ora calde e funkeggianti; la sezione ritmica è sempre precisa e mai invadente. I due brani successivi, “The Box” e “Snooze Button”, sono tra i pezzi migliori dell’album insieme con “I Jus’Lie” (ottimo riff di chitarra e ottime strofe), “Unplugged” e “Tecato”. Non solo tutte le 15 tracce di questo lavoro sono al di sopra della media ma risultano molto attuali, nonostante i 7 anni di età, e illustrano un modo diverso ed interessante di interpretare un genere ultimamente un po’ a corto di idee (fatta eccezione per alcuni grandi nomi) come il crossover. Assolutamente da riscoprire.