Sharon Van Etten – Are We There
Sharon Van Etten è uno di quei fenomeni rari: una musica, un volto. Un’identificazione totale, indimenticabile. E in questi casi parlare di musica diventa impossibile.
Sharon Van Etten è uno di quei fenomeni rari: una musica, un volto. Un’identificazione totale, indimenticabile. E in questi casi parlare di musica diventa impossibile.
La città nella quale si nasce è frutto della casualità, e come può un fattore irrazionale dominarci? È a questo bisogno di razionalizzazione, stabilità e certezza che fa fede la musica di In Confict.
Una musica a tratti spaventosa, avvolgente ed incontaminata come la foresta, violenta come l’occhio del ciclone, sintetica ma capace di rievocare spontaneamente la ferocia di un disastro naturale, uno scontro tra zolle terrestri, un’onda anomala. Supera la dance, la noise, è fusione di ritmi tribali e forme di vita bioluminescenti, grande della collaborazione di artisti del calibro di Thor Harris (SWANS), Greg Fox (ex-Liturgy) e Shahzad Ismaily.
Tra tex-mex, roots, bluegrass e blues, Folkrockaboom è il marchio di fabbrica più consapevole de Il Pan del Diavolo: musica di frontiera alla ricerca del sud, dell’ignoto che attrae chi non può restare, chi ha il fuoco sacro del cammino nelle gambe, chi ha bisogno di spingersi oltre.
Il risultato è una serie di composizioni scarne, in cui tutto esiste per un motivo ben preciso, in cui contano anche, o forse soprattutto, i silenzi. Non mancano momenti di più ampio respiro, a coronamento di una discreta varietà sonora, frutto di una combinazione stilistica inusuale: dall’elettronica minimale al cantautorato francese, con un ponderato ricorso al coro.
Antony Hegarty, Nomi Ruiz, Kele Okereke e oggi anche John Grant. Una girandola di cantanti per un collettivo in moto perpetuo, con tutti i pro e i contro di tanto ruotare. Gli ospiti portano oggi più che mai la propria sessualità discussa, i timbri non comuni, le loro personali battaglie. Oggi, siamo finalmente giunti al marchio distintivo per il team di Andrew Butler: l’anima, il cuore e la strategia degli Hercules & Love Affair.
Amphetamine Ballads è un album impregnato di fumo e liquori, con un sound che sembra prendere vita dalla notte stessa e dai suoi sotterranei più nascosti, quelli consumati dalla vita e dalla dannazione dei sentimenti. Tenebre e inferno, adrenalina e furore, rabbia semplice, urlata, lacerata e squallida che sa di pathos e perdizione.
Un suono, capace di galleggiare morbidamente sopra turbolenti elettro-cardiogrammi Pop, ed al contempo mantenere quel piglio avant-garde sperimentale, che profuma di meritato snobismo. Una palma nel silenzio post-atomico, proprio come nella splendida copertina.
Un disco dall’anima classica, raffinato e pulito, che conserva la traccia cauta e distintiva, regolare e quieta dello stile targato Spain. Accordi trasversali e ritmiche spirituali che lavorano sui silenzi.
“Brightly Painted One” è un disco che non colpisce immediatamente, se non altro per la mancanza da un lato di melodie catchy, dall’altro di svolte impreviste o deviazioni sperimentali. Ciò nonostante la sensazione che ne ricaviamo alla lunga è quella di un insieme convincente di acquarelli malinconici e seducenti, in alcuni casi assolutamente sublimi.
Fruire dell’arte significa comprenderne la complessità, distinguerne i livelli, coglierne la bellezza, gioire. Esteticamente, questo disco è come la vitalità di David Foster Wallace, la violenza commovente, straziante, nelle pennellate Basquiat, nello sperimentalismo audiovisivo del primo Ferrara, nell’action painting. Come il bianco e nero di Lynch ed i colori saturi delle televisioni locali. Chiudi gli occhi, sorridi.
It’s Album Time mette insieme qualche “vecchio” cavallo di battaglia e una buona manciata di pezzi nuovi, il tutto all’insegna del solito approccio giocoso e spensierato alla musica elettronica
Blank Project fugge così tra cambi di ritmo, saliscendi armonici, l’uso di un’elettronica sapiente nella lotta scarna tra beat, groove e synth, tra l’essenzialità sobria e solitaria (Across The Water) e i battiti tumultuosi della title-track, tra anime senza filtri (Naked) e inconsuete “nenie” trip-hop (Spit Three Times), tra tribalismi metropolitani (Cynical), il duetto con Robyn (Out Of The Black) e sette minuti di interiorità su vortici vocali e strumentali (Everything).
Gli scozzesi Mogwai, che con Rave Tapes giungono all’ottavo album in studio, sembrano lavorare sommessamente tra adagi strumentali e massicce spirali di synth analogici.
The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett è un album maturo, che prende atto degli errori. Certe volte, bisognerebbe dimenticarsi della storia di un artista, e approcciarsi ai dischi in maniera più pura.