10 000 Russos – 10 000 Russos
Fischi e feedback, di notte: “L’equivalente sonoro di quello che potreste sentire mentre un villaggio dell’Europa centrale viene attaccato dagli Unni”. Un incubo, un Thriller sotto acido, un Ep da non mancare.
Fischi e feedback, di notte: “L’equivalente sonoro di quello che potreste sentire mentre un villaggio dell’Europa centrale viene attaccato dagli Unni”. Un incubo, un Thriller sotto acido, un Ep da non mancare.
I Minsk sono stati in grado di creare un lavoro massiccio, faticoso, quasi inaccessibile e per questo capace di suscitare immediata e continua curiosità, dedizione nell’ascolto.
Come opera prima, Pareti Nude rappresenta un’esperimento coraggioso, diretto e sincero. Sicuramente valorizzato da una certa esperienza musicale da parte della band, che emerge nella ricercatezza dei suoni e degli arrangiamenti: nell’offrire un disco che, senza troppe apparenti pretese, è in grado di entrare nella testa dal primo ascolto.
Il motore creativo di Paterson e Fehlmann ancora una volta dimostra di non soffrire degli abusi e delle saturazioni dell’attuale mondo elettronico. La loro idea di offuscare i metodi classici di campionamento e remix non sorprenderà più ma continuerà ad essere un ricco marchio di fabbrica destinato a non estinguersi facilmente.
Anche stavolta, il buon Paul, tira fuori dal cilindro un album sorprendente, ed ovviamente diverso dal precedente. Non il proverbiale coniglio, ma una miscela interessante che fonde alcune atmosfere che ricordano i primi Style Council, con un sound anni sessanta, quasi psichedelico
Il poeta della morte e del pericolo, delle violette, dell’Ohio e degli amori strappati agli attimi torna a farsi sentire nel suo periodo di massima grazia. A un anno da Benji, dopo il siparietto che vide la registrazione di War On Drugs Suck My Cock, arriva Universal Themes.
Petra è infine un ricordo, un’esperienza da cui imparare, nonché una prova superata a pieni voti – nuovo contributo alla causa chiamata Italian Occult Psychedelia. Da dosare con parsimonia, aspettando con ansia l’arrivo di Phi.
Il nono album della formazione americana è un disco di Garage Rock spinto all’estremo, grezzo e accelerato, sperimentale in tutte le sue sfumature – pare che il leader della band avesse dichiarato che: “Il futuro degli Oh Sees sarebbero state le chitarre” e possiamo credergli ascoltando “Whitered Hand”.
Non hanno perso l’amore per le proprie tematiche d’origine i Darkness, qui forti di una coesione d’insieme capace di fondere falsetto e riff pesanti, barocchismi e racconti epici. C’è altro da pretendere da loro? non credo.
In molti applaudiamo alla cinematografia quando essa sa brillare di (e attraverso) scelte musicali collocate in esemplare sequenza. Si può quanto meno apprezzare chi, senza la velleità di raccontare una storia (o al massimo la propria), costruisce, monta e riordina una struttura quasi perfetta.
Un disco, che per varietà compositiva ed intensità, si merita 5 fulmini: collocandosi, al 4° posto in un’ipotetica classifica degli album a firma Giant Sand. Buon 30° compleanno How.
Folgorati dallo Stoner americano della tradizione e dal Requiem di genere attuato dai Verdena – niente più chitarre pesanti da quel punto in poi per i Bergamaschi – i nostri mantengono sempre un approccio bipolare, popolato da viaggi lisergici e riff spaccaossa.
Bisogna tornare indietro fino a “Shining Light” e “Burn Baby Burn”, ad oggi i migliori singoli mai pubblicati dalla band, per ritrovare i volti, l’anima e le speranze di questi ex-ragazzi, schiavi della passata giovinezza. Il miglior complimento che si possa fare alla musica degli Ash è che somiglia a un quarantenne in perfetta forma, ma senza più lo spirito di un tempo. Passo e chiudo.
Più che un disco, una prova di resistenza atletica, un elettro-pentagramma sotto sforzo. A chi piaceva prima, continuerà a piacere adesso. Finché il fisico regge.
Tuguri americani, bottiglie che scivolano sui crani, cameriere venditrici di corpi e in disparte gli Psychopathic Romantics che ci conducono verso i titoli di coda suonandoci la loro cover live di Folsom Prison Blues