Bad Meds – Bad Meds Ep
Cinque tracce sporche che abbracciano certe influenze a cavallo fra il Punk grungy dei Mudhoney e l’Hardcore a là Black Flag, pur non disdegnando incursioni nel Post-Punk paludoso e funereo dei Birthday Party.
Cinque tracce sporche che abbracciano certe influenze a cavallo fra il Punk grungy dei Mudhoney e l’Hardcore a là Black Flag, pur non disdegnando incursioni nel Post-Punk paludoso e funereo dei Birthday Party.
“ELA” sdrammatizza l’espressione seriosa e gelida dei producers moderni, rinfrescando le idee sulla morale della musica. Ancora oggi per Perrey et Chazam l’elettronica non è un tunnel di ossessioni ma un bellissimo gioco dagli infiniti incastri.
Quantitativamente, la ricchezza di buone canzoni è palese, ma a volte “less is more” e il recente EP di quattro tracce, Memory Calling, è stato forse quel “less” in grado di far levitare le aspettative di alcuni.
Il disco si muove come un’onda che va e viene su una spiaggia della riviera romagnola in agosto, come le dune mosse del deserto: potete sognare di incontrare la Pantera Rosa, di inseguire Speedy Gonzales, di prendere un toro per le corna o semplicemente di mangiare un ghiacciolo indossando un cappello di paglia.
Una delizia – quasi postuma, visto che la band si è sciolta il 30 marzo – che a giudicare dall’accoglienza riservata finora, sembra essere sulla via per ottenere il giusto plauso di critica e pubblico.
C’è voluto del tempo, e forse sarà l’ultima volta, ma è un piacere sentire una band storica ancora capace di pensare la musica come un gioco, e quindi come una cosa dannatamente seria.
L’intento dietro questo disco è meraviglioso e a suo modo rivoluzionario: Ruban tenta di ribaltare il concetto di rockstar, l’uomo che vive per le tenebre. Quello che demoralizza è che il risultato sia decisamente inferiore rispetto alle precedenti opere degli UMO.
Oggi, Tiziano Veronese (cantante, compositore e polistrumentista) e Marco Baldassari (anch’esso polistrumentista e autore dei testi) raccolgono quanto di meglio composto fin dagli albori della band, implementando il tutto mediante una rinnovata consapevolezza dei propri mezzi, frutto dell’esperienza acquisita.
Per chi vi scrive “Hadeland Hardcore” rappresenta il vademecum per chiunque si voglia confrontarsi con la materia Punk nel 2015. Un disco importante, potente, fondamentale.
Canzoni che scivolano via senza mordente, completamente anonime e con un filo di non sense
La nuova incarnazione viaggia guidata dalla triade: Hawkwind / Fu Manchu / Monster Magnet, godendo di un background ispirato dai grandi del passato, siano questi Cactus, Mountain o Black Sabbath. Musica debitrice di un passato rielaborato a propria immagine e somiglianza.
I 75 minuti dell’album come da copione ospitano le voci di vecchi e nuovi collaboratori, dopotutto l’adattamento delle basi alle linee vocali esterne è un rito ostinato dei Terranova, da sempre un’ arma a doppio taglio che li ha portati dal caos immaturo di inizio carriera al podio più invidiato dai producer di oggi.
Sette brani che nobilitano lo Stoner nostrano mediante tutte quelle influenze che videro trionfare il genere sul finire dei novanta. Sullo sfondo il deserto Californiano, nelle orecchie la Psichedelia Fuzz implementata dal quel riffing di matrice Metal proprio di band storiche come Fu Manchu e Kyuss
Quasi come assistere alle spettacolari demolizioni di edifici multipiano attraverso l’impiego di cariche esplosive sincronizzate, la viscerale e contundente propensione dei METZ per i ritmi maniacali ed i feedback strazianti, genera lo stesso cinematismo di collasso in grado di ridurre strutture poderose in cumuli di macerie e polvere.
L’ultimo “Wire” può essere paragonato, sia per l’intensità musicale, che per la costruzione lineare delle canzoni, alle prime produzioni della band.