Feist – Metals
Feist è un’artista che pure avendo dalla sua la stoffa del classico non si sottrae al confronto con il presente.
Feist è un’artista che pure avendo dalla sua la stoffa del classico non si sottrae al confronto con il presente.
Work (work work) è un disco staccato dal suo presente per i suoni che contiene. È immobile e statico, in un angolo immaginifico. Sicuramente un disco personale come se ne vedono pochi.
Ogni brano di questo Symeta è avvolgente, ma non come una calda rassicurante coperta, piuttosto come puo’ esserlo un invernale nebbia notturna, e solo chi non teme il mistero che cela vi si puo’ trovare a suo agio.
Escursioni minimali e una ricerca della propria personalità individuale, che soffre sicuramente di troppi influssi esterni e che ha bisogno di un filtro maggiore. Non va comunque negata la qualità totale di un artista che ha ancora molta strada da fare.
Sicuramente un’opera minore rispetto alla sterminata produzione artistica di Patton, ma in grado di essere incisiva sotto diversi aspetti. The Solitude Of Prime Numbers è come una “fronda” sonora che racchiude pezzi toccanti e di pura sperimentazione
Alla fine dei conti ci si ritrova in mano un un disco delizioso, scritto da un artista nata tardi, ma con tanta gavetta alle spalle, capace mediante grazia e passionalità, non solo di far fronte ma anche di trascrivere in musica i cambiamenti più intimi del proprio essere.
Usate meno droghe sintetiche, ma ascoltate a nastro Stade 2; l’effetto per i vostri neuroni sarà lo stesso, ma almeno non sarà irreversibile!
Per svelare interamente i mille “volti” di Biophilia di Bjork, è necessario concepire l’album non come un prodotto musicale avulso e slegato dai suoi significati intrinsechi e dalla miriade di sfumature tecnologiche che il disco stesso comporta.
Qui non ci sono liriche da saldo di fine stagione e basi pastorizzate per far muovere il ragazzo nero e far sentire più democratico e affratellato il ragazzo bianco. Qui c’è polpa.
Se non il miglior disco della loro carriera, forse un traguardo per la resa del concept e lo stile pulito e maturo.
Certo con queste sonorità, la svolta “popolare” (in ottica di vendite) arriverà, ma non c’è troppo da preoccuparsi: le bestie Zen non sono addomesticabili.
Portatori sanissimi di fronzoli e magie rumoristiche, gli OOS vivono la loro musica come moderni aborigeni engineering, incarnazione estrema di dj colti, cut-up-men e una nuova forma solida che mischia tradizioni locali e futurismo
Tutto è impeccabilmente prodotto e perfettamente a fuoco, in questo inaspettato esempio D’avanguardismo – Elettro – Edulcorato dal forte senso d’appartenenza cultural-nazionale. Da non perdere.
La classe c’è, il metodo anche, di faccia da schiaffi non ne parliamo: anche se con un line-up rimiscelata, i Kooks dimostrano che due più due fa quattro, ma a volte anche cinque.
Il disco è sicuramente una delle uscite più interessanti provenienti da artisti della “scena” Witch House, mostrando sopratutto una cifra personale che deve ancora dare il meglio di sé.