Moby And The Void Pacific Choir – These Systems Are Failing
Il nostro si tuffa in un crescendo ritmico che spesso usa i Synth come sciabole, per sfociare nella protesta sociale.
Il nostro si tuffa in un crescendo ritmico che spesso usa i Synth come sciabole, per sfociare nella protesta sociale.
In conclusione, ciò che rende l’album particolarmente interessante è rappresentato dall’illusione strisciante che tutto sia affidato al caso. “Human Performance” non si pone come utilitaristico ritorno al passato, piuttosto rappresenta un attestato inconsapevole, quanto intelligente, di stima e rispetto verso ciò che è stato.
Una forma-canzone ritrovata e ruggente, esplosa fuori dal corpo di anni confusi e sovraccarichi, come un parassita che proprio non ne poteva più di starsene al suo posto. Ecco a voi I Giardini di Chernobyl.
Non tutto l’album tiene, questo va osservato. Ma a a scanso di equivoci, ricordiamo che anche i Toy più squadrati e nerovestiti sanno comunque quello che fanno (la conclusiva “Cinema”). E un domani l’eventuale assenza di Clear Shot dalle classifiche “di genere” non sarà necessariamente un cattivo segnale. Per loro, soprattutto.
Un buon esordio, ben suonato, ma anche ben prodotto. Pulito e solido. I Sauropod si mettono così in scia ad una tradizione scandinava, ben capace, sin dagli anni sessanta di perseguire un solco Pop-Rock che trae ispirazione dalle solide radici della British Invasion: innestandola con elementi nuovi e meticci. I Sauropod si propongono dunque come epigoni futuri di questa sconfinata tradizione sonora.
I Van Der Graaf Generator ci hanno consegnato un lavoro di pregio e buona fattura, che non tradirà certamente le aspettative degli affezionati, strizzando l’occhio al passato, ma neanche troppo. Da promuovere l’onorevole costanza.
Siamo in Italia, nel deserto piacentino per la precisione, ma pur rimanendone allo scuro avremmo la certezza di trovarci nel deserto del Mojave, alle prese con un lavoro degno della miglior tradizione Desert Rock americana.
“A Glorious Mess” fin dal titolo – il glorioso casino di cui sopra – sembra rappresentare appieno un suono capace di contrapporre alle chitarre “effettate” l’efficacia del Dream-Pop
La band torinese dipinge così un affresco segnatamente Hardcore capace di conservare l’impatto dei padri, e delle successive derive nineties, elaborandolo con gusto moderno.
Una questione riamane comunque sospesa. Non sapremo mai perché Chilton e Stephens abbiano deciso di abbandonare i lavori. Probabilmente la loro opinione in merito a Third/Sister Lovers era molto differente rispetto a quella odierna, forse persino opposta. Non importa, la storia ha ormai fatto il suo corso, e a noi rimane una testimonianza unica e irripetibile.
Bell e compagni ci presentano un disco furbo, che come il precedente avrà la massima riuscita dal vivo.
“All Your Happy Life” è la messa in pratica di un’idea di crescita senza trasformazioni o stravolgimenti. La direzione forse non è ancora chiara ma è proprio nel caos che i “The Wytches” trovano la loro conquista.
In Svezia si soffre il Mal d’Africa. Ce lo insegnano i Goat, la band venuta dal freddo che allo strapotere occidentale preferisce i suoni e i ritmi delle terre lontane. Deturpate? Usurpate? Depredate? Certo che sì.
Gli Slaves, proprio mentre rafforzano la loro identità punk, escono dal confine pre-tracciato e guardano altrove con grande voracità.
Con Heads Up le Warpaint riescono a trasportare l’ascoltatore in un’altra dimensione, edificando un mondo surreale. Questa scelta di rallentare, di far emergere effetti, suoni e melodie rimane un punto a favore della band statunitense, che dimostra il suo valore in ogni sfaccettatura degli undici brani.
Arctic Thunder ha tantissimi punti in comune con i Darkthrone del periodo di mezzo, quello caratterizzato da lavori come “Sardonic Wrath” e “The Cult is Alive”; quello nel quale facevano Black’n’Roll ma ancora nessuno storceva il naso.