Primavera Sound 2014, il paradiso a Barcellona
I quattro giorni del Primavera Sound 2014, dal nostro punto di vista: junk food, sweaty skin and raw media in da face.
I quattro giorni del Primavera Sound 2014, dal nostro punto di vista: junk food, sweaty skin and raw media in da face.
Un live dall’animo cattivo e travolgente che ammalia per la sua non celata forza primordiale e ancestrale. Un concerto che conferma con vigore quel monito scritto per gli ascoltatori tra le note di copertina di Echo Ono…“Please, Listen At Full Volume”.
Un live di Jonathan Wilson è purezza cristallina, esercizio di stile che non è mai fine a se stesso perché capace di esprimere emozioni, di trasportarci all’interno di un mondo fuori dal tempo tra miraggi infiniti e spazi indefiniti.
L’impatto live dei Notwist, rispetto all’ascolto su disco, è sicuramente diverso più intenso ed emozionale. La dimensione live infatti ben rappresenta e raccoglie la storia stessa del gruppo, sempre a metà strada tra esplorazione, sperimentazione e la voglia di non disdegnare le proprie radici. Un dialogo passionale e intenso tra passato e presente.
Quaranta minuti di emozioni sublimi, di suggestioni ipnotiche che si lasciano scoprire dolcemente, istante dopo istante, e che si vorrebbe non finissero mai, mentre tra i suoni e le parole che scivolano sul palco sembra quasi di riuscire a scorgere l’animo di ognuno di noi, sempre in bilico tra concrete certezze e sogni dilatati all’infinito… “All the while you wait for your heart to wake up”
Nonostante la giovanissima età, sul palco i Toy si dimostrano maturi e padroni delle loro potenzialità. Salta agli occhi la naturalezza nel dare un taglio del tutto personale e spontaneo a un sound ampiamente sviscerato negli anni da molte altre band affini e la capacità di rendere live ancor più incisivi ed energici i pezzi in studio con un vezzo rivolto a più copiose sporcature sonore. Un concerto il loro paragonabile a una cavalcata lisergica su impervie strade, dagli stili sonori differenti, sovrastate da feedback.
Sono passati molti anni da quando gli Afterhours hanno iniziato il loro percorso musicale, gli ex ragazzi sembra abbiano ancora molto da dire e una energia che poche band italiane sanno mantenere molto a lungo
Gli Asian hanno dato il massimo di fronte a pochi spettatori riaffermando la potenza di un suono che ha fatto la modernità del musica inglese degli anni novanta.
Determinate, tengono il palco in pugno come i padri – Sia Peter Murphy o Ian Curtis Ndr – da cui attingono copiosamente ma con grande rispetto, devozione direi. Nella loro riproduzione degli stilemi Post-Punk a tinte Dark, mantengono sempre forte quell’identità – Niente più danze epilettiche che fecero storcere qualche naso Ndr – capace di renderle rilevanti, importanti, e degne del testimone.
Visioni perfette incastonate all’interno di un quadro eclettico e audace trasformatosi in suono sempre cangiante e che, materializzandosi sul palco dell’Atlantico live di Roma, conduce i presenti lungo le strade di un intricato percorso di perfezione tecnica che lambisce l’elettronica per poi approdare sempre altrove, in quel gioco di arrangiamenti dal forte impatto rock, dalla intensa e oscura atmosfera lisergica, con un occhio sempre rivolto al gusto elegante della melodia.
Tappa romana del tour ‘Movement-Power, Corruption and Lies’ dell’ex bassista di Joy Division e New Order. Nonostante entusiasmi moribondi e tastieristi cagionevoli, Hooky ce l’ha messa tutta; ma, oggettivamente, se non si parte con una predisposizione benevola verso l’intera faccenda, è difficile farsela piacere.
Gli Ulver percorrono in definitiva i sublimi confini dell’ignoto, un live che è frutto della sperimentazione e della metamorfosi. Un viaggio profondo ed estremo fatto di caos e oblio.
Per tutti (troppi) quelli che non c’erano, ma anche per chi vuole rivivere la raffinatezza coatta dei Breton a Roma, ecco la cronaca di una serata tra multimedialità ipermoderna e fonici con il morbillo.
Sono sempre stato dell’idea che il quid in più degli Oasis fosse rappresentato da Noel; Liam ha avuto però la forza di creare una band forte sia dal punto di vista strumentale che creativo. Di certo fa effetto vedere un Gallagher esibirsi davanti a poche migliaia di persone, ricordando platee di certo più esaltanti.
In una serata umidiccia e infestata da sponsor improbabili, Cold Cave ha fatto tappa nei meandri della Prenestina per evangelizzare l’ampia platea di estimatori con il suo nichilismo un po’ synth-pop, un po’ ebm.