Recensioni

Danubio – Danubio

Danubio – Danubio

In un certo senso non è che sia cambiato granché, è solo che dobbiamo scegliere cosa ascoltare in base al tempo che abbiamo. Mentre i vecchi cantautori diventano dei “classici” l’originalità è oggi spesso una battaglia persa, e lo sforzo a conseguirla va generalmente a discapito sia della forma che del contenuto. E la tradizione cos’è? E chi lo sa, però qualcuno la cerca ovunque, persino in Calcutta, in una linea retta che porterebbe indietro indietro, fino a De Gregori. L’ho letto da qualche parte. Mah, sarà. Intanto teniamo d’occhio i Danubio.

Ono – Colonie

Ono – Colonie

Quello degli Ono è un racconto d’infanzia, appendice di Salsedine; non credete loro se vi dicono che è la solita “menata sul mare”. Diciamo una piccola collezione di quattro episodi di chi sulle rive ci è cresciuto.

The Flaming Lips – Oczy Mlody

The Flaming Lips – Oczy Mlody

Insomma, gli scenari bislacchi di certo non mancano: unicorni, galassie in cui sprofondare, rane e mille altre figure tipiche dei sogni allucinogeni a cui ci hanno abituato in passato. Forse, concentrare questo vulcano di intuizioni riducendo il numero di manifestazioni scoppiettanti gioverebbe al risultato finale.

The XX – I See You

The XX – I See You

La via di fuga in verticale rappresentata da I See You è frutto di tanti fattori. Primariamente è frutto della padronanza dell’uso dei samples che diventano l’impasto di base e non accessorio di canzoni fatte e finite. Si prenda a proposito “Lips” che macina superbamente la glaciale e straniante “Just” usata da Sorrentino in Youth. I See You è anche frutto di quell’evoluzione del rapporto umano che vuole i tre in perfetta contiguità anche oggi che sono riconoscibili singolarmente.

The Monsters – M

The Monsters – M

Benché la fogna vena compositiva dei nostri sgorghi da più di trent’anni, nessuno si sogni un calo d’intensità nel getto di pattume fuzz che la band del reverendo è in grado di vomitare. Ancora vestiti con le loro felpe nerdy dalla grande “M”, a cinque anni dall’ultimo “…Pop Yours!” tornano con un nuovo deflagrante capitolo.

Santamuerte – Big Black Sister

Santamuerte – Big Black Sister

L’esordio su lunga distanza “Big Black Sister” porta dunque a maturazione un’estetica che gioca con la sporcizia Garage innestandola all’interno di un muro chitarristico talvolta riconducibile a quelle band che lasciarono liberamente germogliare il seme del Punk nella scena mondiale. “Frank Abbagnale” è limpido Garage-Psych, “Celebrity Party” un assalto all’arma bianca. Se amate la scena, i Santamuerte potrebbero diventare una delle vostre band di riferimento nel contesto nostrano.

Sonicatomic – Vibes Addiction

Sonicatomic – Vibes Addiction

Un percorso che risucchia e rielabora in modo molto personale tutta una gamma di suoni acidi, di viaggi Jazz e impronte Kraut: dipingendo trame capaci di edificare un suono familiare e dilatato, di ampio ascolto. Viaggi interspaziali con piste d’atterraggio soffici come parti inglesi, mari leggermente increspati dalla brezza notturna su cui planare. Un canto delle sirene rivolto al cosmo, nel tentativo di attrarre extraterrestri intercettati durante un sogno. Un richiamo lento, ipnotico, dilatato, extrasensoriale. Good Vibes.

Teta Mona – Mad Woman

Teta Mona – Mad Woman

L’atmosfera rilassata che caratterizza le composizioni, spinge la mente verso le terre salentine, qui invase da persone provenienti da ogni dove. Al Reggae unisce certo Soft Jazz, i fiati, le tastiere in levare ed una voce ipnotica che percorre scale talvolta scomode, a tratti dissonanti: intelligentemente costituite da un mix dai lineamenti esotici ma impegnati. Spruzzate di Dub e richiami etnici.

Soundgarden – Badmotorfinger

Soundgarden – Badmotorfinger

Qui il gruppo nato a Seattle mosse i primi passi verso il successo planetario (al suo quarto lavoro). A ciò si aggiunga che il brano “Room a thousand years wide” è invecchiato proprio bene, grazie anche al sassofono e alla tromba di Scott Granlund ed Ernst Long sul finale. Meno profondi, meno viscerali degli Alice in Chains, meno iconici dei Nirvana, i Soundgarden rivaleggiano coi Pearl Jam in termini di “cantante con ugola squaglia-femmene”.

Orange 8 – Let The Forest Sing

Orange 8 – Let The Forest Sing

“Let The Forest Sing” si apre fin da subito con un manifesto in piena regola. “Arancio” – unico pezzo cantato in italiano –, pone fin sa subito in essere le basi ideologico/stilistiche della band. Il bisogno di un nuovo contatto diretto con la natura qui si fa necessità primaria, espressa attraverso le dinamiche del Pop nostrano; un pezzo di cui si sente la mancanza all’interno delle hit radiofoniche nostrane.

OvO – Creatura

OvO – Creatura

Gestazione travagliata nei meandri di un Abisso sonico. Nessun controllo. Arcaica é l’ispirazione, ancestrale il risultato che emergerà dal ventre della notte. Una mostruosità Cronenberghiana indecifrabile, sia nelle fattezze che nel linguaggio: dittongo affacciato sul “mito” e sul bisogno di stemperare le tematiche grevi dell’esoterismo.

Dulcamara – Indiana

Dulcamara – Indiana

Alla fine salutiamo più che positivamente questa fatica di Mattia Zani e i suoi Dulcamara. Un disco diverso per il mercato italiano, magari non sovversivo, ma che mette in rilievo alcune frecce sorprendenti dell’arco con cui Zani cerca di proteggere i suoi pellerossa: una su tutte il lavoro eccelso d’arrangiamento: un vero piacere ad ogni brano.

Leonard Cohen – You Want It Darker

Leonard Cohen – You Want It Darker

Avremo modo di comprenderlo, ascoltando e riascoltando l’atto conclusivo di quest’artista. Un baritono elegante, una voce che trabocca di parole ispessite. Quasi che il significato, attraverso il soffio di Cohen, si sia impossessato del significante irrobustendone il suono. Dare corpo all’incorporeo. E dare un’anima a ciò che prima era solo corpo. Non è questo, forse, lo scopo della poesia?

Jester At Work – A Beat Of A Sad Heart

Jester At Work – A Beat Of A Sad Heart

“A Beat of a Sad Heart” nasce volutamente da un registratore a 4 tracce in cassetta, vecchio compagno del nostro il cui utilizzo è legato alla passione per la chitarra acustica, ed alla sua riproduzione ottimale su disco. Antonio possiede un timbro vocale incredibilmente caldo: Mark Lanegan ed il Blues del Delta, Robert Johnson e le Work Songs. Questo (ed altro) per gettare un ponte fra passato e presente – immaginate un aldilà dove Elliott Smith e J.Cash dialogano amabilmente e forse avrete raggiunto il pathos creato da questo splendido artista.