Solange – A Seat At The Table
Il terzo album di Solange – annunciato appena tre giorni prima della sua pubblicazione – è quindi il resoconto dialettico di un percorso personale che ha visto succedersi persone, eventi e sentimenti.
Il terzo album di Solange – annunciato appena tre giorni prima della sua pubblicazione – è quindi il resoconto dialettico di un percorso personale che ha visto succedersi persone, eventi e sentimenti.
Terzo album in otto anni, “Shattered” ammalia fin da subito. Attenzione a non rimanere ustionati dai resti di questo sole acido.
Un meraviglioso ritorno quello dei The Mission, che finalmente abbandonano l’approccio Hard-Rock di stampo americano – lo stesso acquitrino dove sprofondarono i Cult –, per andare a rispolverare il passato.
“Dialogues” ha tutta l’aria di essere il miglior lavoro dei Motorama, quello in cui i nostri riescono a costruire un suono più personale trovando una strada originale e ben riuscita. Nel freddo di una stanza, a volte, accendere un camino può aiutare.
Un disco con la pretesa di voler esser tutto, per poi scoprire di essere niente.
Con Third World Pyramid i Brian Jonestown Massacre continuano a sostare sulla soglia del suono in maniera solida e impeccabile, costruendo immagini mentali riconoscibili e allo stesso tempo sempre appropriate. È un album che custodisce una visione notturna vista dall’alto di una piramide sonora e in cui lontani paesaggi desertici si fanno depositari di una neo-psichedelia senza tempo.
I The Devils amano quell’irresistibile estetica maledetta propria dei più grandi perdenti di successo della storia del Rock’n’Roll – della serie: poche note ma aggressive. E così ecco nascere una splendida collezione di gemme grezze debitrici tanto della storia (Magic Sam) quanto dell’odierno divenire. Parliamo di roba che ricorda il periodo d’oro della In The Red (altra etichetta fantastica), di Cheater Slicks (“Coitus Interruptus From A Priest”) e Oblivians (“Misery”).
Il nuovo disco usa la melodia, questo è sicuro, ma lo fa nell’acquisizione di un approccio più dinamico, con il basso che gira più in tondo. Il Noise Pop di Welchez e Rowell ha oggi un’andatura meno rettilinea, con le strofe che si sovrappongono e quelle chitarre che stanno in ogni buon disco con sopra l’etichetta “Wave”. Un bell’impasto, forse approdo naturale ma anche un po’ inatteso, come si diceva.
Naturale andarci coi piedi di piombo, soprattutto alla luce degli ultimi lavori. È d’obbligo però smarcarsi dai preconcetti, ascoltando l’album come fosse un nuovo esordio della formazione statunitense. Magari così facendo riuscirete ad apprezzare a pieno Integrity Blues: nella speranza che questa nuova estetica possa fungere da volano per la rivalutazione di una band che è stata da modello per molte altre.
L’impressione rimane sempre quella che si prova ascoltando un disco dei Pretenders; e cioè che si tratti di una produzione senza tempo, così semplice e vecchio stile ma altrettanto complessa da inquadrare. “Alone”, come un po’ tutti i suoi precedenti affonda nelle radici della musica del novecento e si abbevera costantemente di quel nutrimento.
Se questo sia un punto di partenza o di arrivo, ce lo dirà soltanto il futuro. Ma il fatto che oggi i Green Day vogliano percorrere vie mai battute ci porta a pensare per il meglio.
Hollow Earth Tour è roccia spaziale corrosa da venti retrò e leggere piogge di modernità. È un album con una visione sonora non certo depositaria di istinti innovativi, ma il suo viaggio vintage rock dai flussi old school sa ben esplorare i terrestri meandri del suono
Sul fronte prettamente musicale non c’è nulla di sostanziale da segnalare: i brani li conosciamo, è forse possibile il contrario? “Havana Moon” è in tutto e per tutto “un concerto degli Stones” suonato con divertimento e passione nonostante qualche approssimazione ampiamente perdonata. In sintesi, una “consolidata promenade” nella storia eseguita con garbo.
I Black Marble devono andare ancora più in profondità, smetterla di cercare il ritornello o l’ascolto facile, per puntare a una complessità grumosa e buia.
Ed è in queste geometrie anteriori a ogni pensiero che nasce Plancton: un disco indefinibile e meraviglioso, che trascina negli anfratti più oscuri, che porta il segno della dolce arrendevolezza dell’acqua. E se risuona così bene, dentro e fuori, è perché noi siamo fatti per il 70% per cento di quella cosa lì: lo dice il libro di scienze delle medie.