…And You Will Know Us by the Trail of Dead – Lost Songs
Questa volta i Trail of Dead ci hanno messo la “pancia” con risultati che scuotono le viscere. Se non capolavoro, enciclopedico.
Questa volta i Trail of Dead ci hanno messo la “pancia” con risultati che scuotono le viscere. Se non capolavoro, enciclopedico.
C’è solo un numero limitato di volte in cui la superficialità può passare per attitudine lo-fi e i Mellowhype, che sono al loro terzo lavoro (il primo in major), questo limite l’hanno già superato da un po’.
Si, i Soundgarden sono tornati, e sono proprio loro, non la copia in trielina buona per l’incasso al botteghino.
Ci troviamo davanti alle ennesime finte-hippie senza talento da localetto hipster? Il full lenght pubblicato per Heavenly Recording, dissipa ogni dubbio, relegando ufficialmente le tre inglesine tra le più gradite sorprese discografiche dell’anno
i Mumford&Sons hanno delle cose da dire, le racchiudono in raffinate liriche di ispirazione biblico-letteraria, le adornano con melodie e ritmi tali da connotare genuinità in ciò che viene detto, e infine confezionano un disco che sembra progettato da un genio del marketing, ma in realtà proviene tutto dalla comunità folk west-londinese…
Con estrema abilità Peter Broderick è riuscito dipanare un filo rosso, fatto di ambient e trascendenza un po’ guascona, che permette di non perdersi troppo tra le varie eccentricità delle sue creazioni e di dare tanta compattezza quanto basta
La Jon Spencer Blues Explosion è tornata e con grande impeto, tra sanguigne scariche di adrenalina e paesaggi obliqui anni Novanta pregni di polvere e insano r’n’r.
La spasmodica ricerca di un’identità da parte degli artisti è ciò che ha tolto identità all’R’n’B, ma fortunatamente “channel ORANGE” di Frank Ocean ricorda a chi l’avesse dimenticato che il requisito indispensabile per farsi riconoscere è avere talento
Quando il ragazzone di Los Angeles controlla i suoi istinti prog-psych il risultato è garantito. Until The Quiet Comes ne è la dimostrazione. Un album “digeribile” ma allo stesso tempo ricercato, mai banale.
Certo, i Beachwood Sparks non saranno benedetti dalla creatività e dal misticismo visionario dei Fleet Foxes, ma l’affiatamento e il mestiere dei musicisti, conferiscono ad alcuni brani un fascino abbacinante e senza tempo.
Il secondogenito di Kevin Parker suona più come il frutto di una minuziosa attività di bricolage davanti al computer che non di una serata fra amici a base di LSD. Una manciata di canzoni ben scritte e, solo in un secondo momento, passate al trucco lisergico.
Mi sembra di vederlo Alex Edkins, chitarra e voce dei Metz, stuprare con lo sguardo il catalogo per corrispondenza della Sub Pop mentre lo stereo sputa qualche riff acido dei Mudhoney
Probabilmente ci si trova di fronte a nient’altro che l’ennesimo disco di garage californiano al vetriolo; ma il tutto suona talmente gustoso e groovish che si è troppo indaffarati a dimenarsi e scapocciare per puntare il dito indispettiti
Di pezzi buoni, in quest’esordio ce ne sono, ma contestualizzando questo disco ai nostri tempi, bisogna notare che il cantautorato ha preso direzioni ben diverse da quella proposta dal giovane Bugg
Iriondo è un numero primo doverosamente accostabile ad una figura come quella di Mike Patton, mai domo nel suo percorso di ricerca sonora