Okkervil River – I Am Very Far
Casse che battono su tempi nervosi alla Bruce Springsteen. Gli Okkervil River tentano la scalata agli stadi?
Casse che battono su tempi nervosi alla Bruce Springsteen. Gli Okkervil River tentano la scalata agli stadi?
Il suono di questi eterni bazzicatori di Mercury Prize, si addentra nelle frattaglie del tiepido pop post-moderno
Si dice sempre che trovare un amico è trovare un tesoro, ed effettivamente con A Treasure un tesoro è ritornato in vita
Il disco si va a parcheggiare sulle piazzole secondarie della leggenda Crimsoniana
Quindi abbandonate l’adolescente alternativo che è in voi, scrollatevi di dosso i pregiudizi e immergetevi nell’ascolto del secondo album dei Friendly Fires
C’è da sperare che l’hype, mostro famelico sempre in agguato, specie quando si tratta di giovinette bionde, non esiga il suo tributo e rovini questo fiore appena sbocciato
All’inizio l’impatto è stordente, alieno e in un certo senso magnetico, ma dopo un po’ l’espediente stufa, ciò che destabilizzava si fa clichè stantìo, e quel che resta è la smania di vedere un film che nel caso di Cor Cordium non arriva quasi mai.
Glass Drop è un simbolo del divenire della band nel senso più simbolico e come tale altalena ripetizione autocitazionistica e invettiva creativa.
Non solo una manciata di pezzi spogli, ma un vero e proprio “paesaggio sonoro” fatto di percussioni leggere, pizzicar di corde e archi finalmente sgravati dall’obbligo di fare le veci delle chitarre soliste
Preso a piccole dosi, Codes and Keys, può riscuotere – da chi si affacci solo ora al mondo di questa band – qualche represso e timido applauso…
La band probabilmente sta girando attorno ad una rotonda senza aver capito esattamente che strada prendere. Per decidere c’è sempre tempo, il mondo tanto non cambia.
D’altronde basta suonare il disco per trovarsi ad ascoltare quasi cinquanta minuti di noia musicale.
È il disco del “tutto compreso”, una guida alla cieca che imbarca tutto al suo passaggio…
Così il post-rock, per una volta, rinasce in Italia. Eccovi i Pineda. Ce n’è da andarne fieri.
Synth appena accennati e minimali, chitarre dominate da un feedback appena controllato, in un disco californiano, in cui oscurità ed ombre si devono cercare dietro le paranoie