Recensioni

My Bloody Valentine – MBV

My Bloody Valentine – MBV

I detrattori, coloro che affilavano i canini aspettando Kevin Shields al varco, diranno che il risultato complessivo, per essere il frutto di 20 anni di rimaneggiamenti, è modesto. Ma se anche voi, come me, all’ascolto di She Found Now avevate il groppo in gola e gli occhi velati dalla commozione, fate vostro immediatamente (magari in vinile) un gioiello che fa pur sempre scempio di qualsiasi cosa si definisca shoegaze là fuori.

Tre Allegri Ragazzi Morti – Nel Giardino dei Fantasmi

Tre Allegri Ragazzi Morti – Nel Giardino dei Fantasmi

Si tratta, con ogni probabilità, del più completo progetto del trio, che sembra essere giunto allo status di cittadino del mondo, riuscendo a proporre con grazia e sapienza i suoni dell’ultimo secolo attraversato da grandi masse di viaggiatori e migranti. Una world music che non stravolge lo stile TARM, ma lo arricchisce con un armonico incontro tra culture e strumenti diversi.

Eels – Wonderful Glorious

Eels – Wonderful Glorious

C’è’la Nashville di Jhonny – Cash, ci sono tutte le componenti classiche del suono EELS e qualcosina in più. Del resto, nessuno potrà mai scalfire “Beautiful Freak” dalla cima del podio, ma quest’ultimo suona come una fragorosa conferma.

Andy Burrows – Company

Andy Burrows – Company

Non che ci sia qualcosa di particolarmente brutto nelle dieci tracce di questo disco, anzi, ogni passaggio è calibrato a dovere: un po’ di distorsione qui, un po’ di allegria da bar lì, e se è questo che gli piace fare ne ha facoltà: essere banali non è reato.

Paul Banks – Banks

Paul Banks – Banks

Senza dubbio Banks è un disco che va digerito, non perché sia complesso ma perché ascoltandolo ci si confonde, è come percorrere un corridoio su cui si affacciano stanze risuonanti di brani da epoche diverse, con un minimo comun denominatore: New York

Ben Folds Five – The Sound of the Life of the Mind

Ben Folds Five – The Sound of the Life of the Mind

Sarà che il grunge prima e il brit pop poi hanno monopolizzato la nostrana inquietudine giovanile anni 90, ma mentre in America i Ben Folds Five sfondavano in Italia rimanevano dei perfetti sconosciuti o quasi. Tornano ora con questo nuovo disco ancora in grande forma meritevole di una considerazione che in Italia non hanno mai conquistato.

Widowspeak – Almanac

Widowspeak – Almanac

Echi Morriconiani flirtano con certo folk Youngiano costantemente, generando un loop emozionale caldo e nostalgico nel quale compaiono spontaneamente immagini ovattate del decennio Eighties, quello soggiogato dalle atmosfere dei primi Coteau Twins e dal talento di Keith Bush

The Soft Moon – Zeros

The Soft Moon – Zeros

Un interessante album, geometrico e irregolare al contempo, ciclico e aperiodico, che attraverso gli atri spettri del tormento e dell’angoscia sonora è capace di destrutturare l’equilibrio ritmico dell’ascoltatore, creando una sorta di spaesamento riflessivo.

Villagers – Awayland

Villagers – Awayland

I Villagers tornano dopo tre anni dal fortunato Becoming A Jackal; ritmi incalzanti, i paesaggi, le note liberatorie che lasciano l’impotenza, la paura di un qualcosa di eccessivamente distante da noi; quelle terre lontane irraggiungibili narrate come solo gli Shearwater avevano saputo fare nella trilogia The Island Arc, colpiscono e si lasciano assaporare