Fugazi – Repeater + 3 Songs
Repeater è un album le cui radici musicali di stampo Hardcore vengono soffocate con forza dalla No-Wave newyorkese. Un grande disco.
Repeater è un album le cui radici musicali di stampo Hardcore vengono soffocate con forza dalla No-Wave newyorkese. Un grande disco.
Un disco bello e irrisolto, sensuale e contorto, come la voce che lo abita e che gli dà vita. Un disco che cade e che poi si rialza. Più interessante di tanti capolavori, o presunti tali, passati agli onori delle cronache.
Roman Gods si presenta come il miglior prodotto revivalistico, di genere, uscito negli ottanta. Qualcosa nato da un’esigenza ben precisa, quasi fisica, che posiziona il proprio approccio stilistico/mentale ad anni luce dalla ricerca in atto in quegli anni nella New York della No-Wave. Se siete in cerca di passionali e appassionati alfieri che vi guidino attraverso gli anni del revival Psichedelico, gli avete trovati. Questa è la loro manifestazione migliore.
Con “De-Loused in the Comatorium”, Omar e Cedric riescono in un’impresa unica nella storia del rock: chiudere un capitolo glorioso, quello degli ATDI, con un capolavoro, e battezzarne un’altro, quello dei TMV, con un nuovo capolavoro.
Poche, pochissime le cadute di tono. Praticamente assenti. La cinquina iniziale, che infila una dopo l’altra “Alpha Centauri”, “Chanbara”, “Hulahoop Wounds”, “Napoleon Solo” e “Pickpocket”, rappresenta già un campionario sufficiente delle abilità, dei talenti, della versatilità di questa band.
È questo, in breve, il miracolo dei Drive Like Jehu: essere riusciti a rivoltare il rock come un calzino, quando ormai ci avevano già pensato gli Slint e i Fugazi.
White Pony è l’album che rappresenta al meglio le mille facce della band di Sacramento, quello che è riuscito a tracciare nuove strade e visioni possibili. È il disco che è stato capace di nobilitare un genere, elevandolo quasi a forma poetica grazie alla potenza dei testi.
Bastano pochi secondi per naufragare nel dolcissimo mare degli Smiths, in assoluta solitudine, accompagnati dai soffici e intricati fraseggi di Marr, e dalle parole di Morrissey, che intinge il suo pennino nell’inchiostro di vite ordinarie, di pozzanghere periferiche, raccontandoci storie di comuni mortali, ormai divenute immortali. Grazie alla sua voce.
“ROC” non è il Tony Manero che si presenta ad inizio serata e mostra a tutti com’è che si balla. “ROC” è l’imbucato molesto che quando tutti se ne stanno andando s’impadronisce della consolle, mischia la musica come cavolo vuole lui, e fa sbroccare la folla a tal punto da mandare il locale in frantumi. Tutto questo poco prima della chiusura.
Uno dei rilasci più eclatanti e influenti da cui attinsero a piene mani nei decenni successivi numerosi artisti. Gruppi come Joy Division, Meat Puppets, Sonic Youth, R.E.M, Pixies, Strokes, sono forti debitori verso le composizioni di Marquee Moon, timbrate con inchiostro indelebile nel firmamento degli album imprescindibili.
Maledetti stornelli per cuori cuciti e ricuciti. Stornelli che hanno costituito la colonna sonora della nostra giovinezza, della nostra adolescenza, che ci hanno fatto idealizzare chissà chi, ci hanno fatto sprofondare nel meraviglioso abisso dell’amore che, col senno di poi, magari si è rivelato nient’altro di più che una pozzanghera nella quale siamo stati gettati. Proprio dagli Oasis.
Le tenebre di una generazione, di quelle più silenti e invisibili. Le oscurità di un’epoca che si eclissa nella coscienza macchiata di sensazionalismo, per deviare la propria natura altrove, in una eterna spirale discendente.
Il concetto di rock band in un batter di ciglio viene nuovamente rivoluzionato, e nello stesso anno, attraverso un primordiale quattro-piste, viene registrato l’album omonimo che uscirà per la sconosciuta Kapp Records.
Tutto Angel Dust è più o meno così: una prepotente minestra di funk metal con inserti di tastiera apocalittici, un rappato che si alterna alle urla, il metal-core che sposa le intuizioni melodiche del pop (sia bianco che nero) di stampo fine anni ’80.
“A Chance To Cut Is A Chance To Cure” è un disco reinterpretativo, tra medicina e pentagramma, tra ironia e beats cellulari. Un disco a cui il mondo del minimalismo moderno, esasperato e maltrattato in ogni sua forma deve tantissimo.