Recensioni

Les Sins – Micheal

Les Sins – Micheal

Fa un effetto tanto spiazzante quanto, per paradosso, rassicurante. È lo speaker che chiama la sua nuova radio con il nome della vecchia. È la strada del lavoro imboccata per sbaglio il primo giorno di ferie. Il resto sono soprattutto strumentali tra house, deep e qualche momento più spregiudicato, vaghissimamente dubstep. E poi c’è Minato, che è un delicato ed onesto assalto. Avercene di opere minori così.

Clark – Clark

Clark – Clark

Ci fa ballare incessantemente per 48 minuti, Clark, per poi lasciarci con un outro altrettanto cinematografica, stremati, al bagliore di un virginale, splendente grido. A chiederci se sia la quiete dopo la tempesta, oppure un monito di Eliotiana memoria: Così il mondo finisce / Non con uno schianto ma con un lamento.

Ariel Pink – Pom Pom

Ariel Pink – Pom Pom

In Pom Pom (disco solista esattamente quanto quelli a nome Ariel Pink’s Haunted Graffiti) Rosenberg torna a sporcare di più e a cambiare registro ancora più spesso. Ci sono il punk (Negativ Ed), la new wave (Not Enough Violence), il surf (Nude Beach A Go Go), il rock classico (Sexual Athletics), le collaborazioni con Kim Fowley. Le prime sei tracce sono un assalto bello e buono. Canzoni da tenere on repeat una settimana ciascuna. Poi in sequenza arrivano anche cose più debolucce, come la macchinosa e composita Dinosaur Carebears (psichedelia + dub + sala giochi), ma è un bene sennò uno ci metterebbe un anno a sentire tutto Pom Pom.

Lost Tribe – Solace

Lost Tribe – Solace

Ogni solco, vede emergere tutta quella corona di mostri sacri che imperversarono nell’era della ‘Wave’ più scura, rivitalizzandone lo sguardo purpureo sul mondo. Come velenose perturbazioni Californiane, Christian Death e T.S.O.L, s’incontrano nell’ora delle streghe con l’Anarcopunk Inglese – A proposito, il nome della band deriva da ‘Lost Tribe Rising’ dei Discharge Ndr -, il Post-Punk dei Killing Joke e il Dark-Punk di Sisters Of Mercy, Samhain e 45 Grave; ingrossando una tempesta perennemente scossa da telluriche linee di basso intente nel soverchiare le poche anime che ancora non sono state corrotte.

Santo Barbaro – Geografia Di Un Corpo

Santo Barbaro – Geografia Di Un Corpo

Dal fondo della valle l’atmosfera ancestrale e primitiva di ‘In memoria di nessuno’ chiude Geografia di un corpo, un disco fatto di ossa, di muscoli e di respiro, di vuoti riempiti con parole e suoni potenti. Chiudetevi in una stanza e ascoltatelo. Se volete vedere chi sono gira in rete il documentario del videomaker Christoph Brehme che ha seguito i santi barbari durante le registrazioni.

Medicine – Home Everywhere

Medicine – Home Everywhere

Di riffa o di raffa, questo disco è destinato a dividere. Alcuni lo troveranno un’accozzaglia di spunti senza costrutto. Altri un lussureggiante concentrato di idee. La verità, come al solito, non sta nel mezzo. Qui non c’è spazio per il revival. Solo il Gioco e la Libertà hanno diritto di cittadinanza. E se il gioco è una cosa dannatamente seria, questo disco non è da meno.

Ruggine – Iceberg

Ruggine – Iceberg

La verità, è che Iceberg, per costruzione, tematiche, impatto, e gestione di quegli stilemi che resero grande il nostro paese in questo preciso contesto musicale, rasenta la perfezione. L’acqua come medium per giungere al nocciolo della questione, come simbolo. Da elemento vitale a strumento di morte, gioca un ruolo importante nell’immaginario del disco. Un gigante onnipotente capace di donare vita e al contempo distruggerla, portando via con le sua rapide, legami, sogni, mondi. Forse un monito – Raijin -. L’incedere scricchiolante, lento ed inesorabile di un ammasso di vita si abbatte sicuro contro il resto; fiero, sincero, indomabile – Siioma-.

Sunn O))) & Scott Walker – Soused

Sunn O))) & Scott Walker – Soused

Quindi, sostanzialmente, Soused non è né happening (perché esisteva prima ancora di quella sua proposta live) né performance (perché non è un prodotto di quella o di una di quelle proposte live) e tutto questo va pesantemente ad influire sulla sua resa, soprattutto se si considera l’estrema ripetitività e la poca variabilità del registro vocale, elemento cardine attorno al quale ruota sempre tutto.

Rancid – Honor Is All We Know

Rancid – Honor Is All We Know

“Honor is all we know” è l’auto-celebrazione di un successo. Di tutto ciò che è già accaduto. Una foto di famiglia in cui ognuno è seduto al proprio posto. E neanche la lente più affilata vi percepirebbe il minimo smacco. Nulla di perturbante. Tutto rassicurante. Nessuna catarsi. Il punk non abita (più) qui.

Jessie Ware – Tough Love

Jessie Ware – Tough Love

Una voce piena e radiofonica, che cela un mondo ancora tutto da scoprire. Un ritornello da canticchiare sotto la doccia, in una camera d’albergo ai confini remoti del pop. E svariati richiami alle pagine più insulse della musica mainstream da almeno vent’anni a questa parte. Forse solo un modo per mettere in mostra le proprie abilità. Forse solo un esercizio di stile mal riuscito.

Ani Di Franco – Allergic To Water

Ani Di Franco – Allergic To Water

L’album della consapevolezza, più che della maturità, e di un’immaginazione che volge lo sguardo alla vita di ogni giorno. Una dichiarazione d’amore per la libertà di essere se stessi, un inno all’esistenza con tutte le sue sfumature, con il sole e la pioggia, una celebrazione della vita spesso difficile e al contempo meravigliosa.

Mark Lanegan – Phantom Radio

Mark Lanegan – Phantom Radio

Non si può dire certo che questo sia un brutto disco, ma quante altre volte lo avremmo ascoltato se non fosse stato marchiato da un nome così attraente come quello di Lanegan? La domanda rimane irrisolta, ma alla fine di cose buone qua dentro ce ne sono abbastanza per non farcelo andare ancora di traverso. Sperando in una futura, magari pur sempre rinnovatrice, riappacificazione del buon Mark con la sua natura. Ululante.

Kele Okereke – Trick

Kele Okereke – Trick

Questo disco merita di essere stroncato perché emana noia e prevedibilità ad ogni singola pulsazione.
Questo disco merita di essere stroncato perché affida a melodie dozzinali, e schemi risaputi, il compito di mostrarci il lato più intimo di un’artista.
Questo disco merita di essere stroncato perché tutto quello che ha da dire lo dice nell’ultima traccia. E se non gli dai fiducia è difficile arrivarci.
Questo disco merita di essere stroncato perché, salvo rarissime eccezioni, ti sembra sempre di ascoltare la stessa, brutta, canzone.