Recensioni

The Afghan Whigs – In Spades

The Afghan Whigs – In Spades

Un disco diretto, elegante e vero, che non è solo reminiscenza di un passato uguale a se stesso ma storia viva nel caos dei ricordi, carica di piacere, declino e paura. È la fragilità della vita che apre la sua porta nera su un universo interiore mutevole e in continuo divenire.

Blondie – Pollinator

Blondie – Pollinator

Eppure a distanza di oltre quarant’anni dai loro inizi la band americana ha ancora qualcosa da dire e lo fa a suo modo con il nuovo Pollinator. Se il singolo “Fun”, li ha fatti tornare al centro della ribalta internazionale, che per i fan non hanno mai abbandonato, lo scorrere del tempo ha inoltre suggerito alla band, un ritorno alle influenze degli esordi: pensiamo alle collaborazioni con Laurie Anderson in “Doom or Destinty” e Joan Jett in “When i gave up on you”.

Mac DeMarco – This Old Dog

Mac DeMarco – This Old Dog

Il classico “album della maturità”, quello che non lascia scampo a nessuno, tantomeno a DeMarco, che ci stupisce con un lavoro in cui si mette a nudo, parla di se stesso, degli affetti e del suo rapporto difficile con un padre presente/assente, lasciando da parte (questa volta) sarcasmo e ironia.

Christaux – Ecstasy

Christaux – Ecstasy

Artisticamente parlando è Christaux il presente di Claudio “Clod” Nigliazzo. Quindi proveremo a non spendere troppe parole sul suo passato a targa Iori’s Eyes. Certo, quel “Double Soul”, ottimo lavoro del 2012 del duo formato da Clod e Sofia (oggi suo il progetto L I M) è stato importante. Ma l’opera prima di Christaux è per la maggior parte libera dagli echi di quell’esperienza.

Pond – The Weather

Pond – The Weather

The Weather, settimo album dei Pond capitanati dell’ex bassista dei Tame Impala Nick Allbrook, propone un cambio di registro sostanziale soprattutto nelle tematiche in oggetto. Dopo l’ottima prestazione al Coachella e la presentazione ufficiale del nuovo lavoro a San Francisco (nell’Aprile scorso), la band, sotto l’occhio vigile di Kevin Parker (alla produzione), segna un tracciato psichedelico variopinto e ampiamente introdotto dai tre singoli promozionali.

Black Lips – Satan’s Graffiti Or God’s Art

Black Lips – Satan’s Graffiti Or God’s Art

Satan’s Graffiti Or God’s Art, ottavo disco dei Black Lips, in questo senso risulta didascalico fin dal titolo. Si riferisce ad uno di quei messaggi spesso tramandati dalle chiese pentecostali, ma che nel contesto in cui è posto può assumere significati molteplici. Un discorso legato anche all’interpretazione personale dell’arte e del mondo in genere, non privo di messaggi malcelati legati al fatto che sì, tutto è opinabile, ma l’importante è prodigarsi nel tentativo di comprendere l’altro.

Sick Tamburo – Un Giorno Nuovo

Sick Tamburo – Un Giorno Nuovo

Ma cosa è successo ai Prozac+? In un’intervista fatta a Gian Maria Accusani nel 2009 si leggeva: “I Sick Tamburo sono, in qualche modo, un side project dei Prozac+”. In quegli anni si parlava di una continuazione del progetto Prozac+, ma dopo questo “Un giorno nuovo” il side project pare diventato a tutti gli effetti il main project, senza nulla togliere ai buoni vecchi Prozac+ e ai vari progetti firmati Eva Poles (ex cantante dei tre di “Acido Acida”). E non sembra un caso che la seconda traccia del disco sia “Sei il mio demone” in cui Accusani canta: “sei il mio angelo e ti voglio, sei il mio demone e ti voglio” e che potrebbe essere la giusta risposta ad “Angelo” dei Prozac+.

The Sade – Grave

The Sade – Grave

I The Sade arrivano al cosiddetto lavoro della maturità – il terzo dopo l’ottimo II –, addensando la massa malefica insita nei propri riferimenti, proponendoci così la summa di un percorso cominciato nel 2011 con il primo e fortunato “Damned Love” – ai tempi disco del mese anche per una rivista specializzata americana. Con il nuovo Grave siamo alla resa dei conti. Di quelle da dentro o fuori, da sparatoria all’Ok Corral – a proposito, vi sareste mai immaginati dal power trio padovano un pezzo in salsa Western così riuscito come “Coachmen”? –, ed i nostri non mancano la pistolettata vincente al cuore di chi li ha sempre seguiti con interesse.

New Found Glory – Makes Me Sick

New Found Glory – Makes Me Sick

Mezz’ora abbondante condita addirittura da un accenno di synth (“Happy Being Miserable”) e di musica calypso (“The Sound of two Voices”): ma questo solo perché i nostri sono ormai over-40 e hanno allargato un po’ i loro orizzonti. “Blurred Vision” non stonerebbe all’interno di un album dei Paramore o di Avril Lavigne. “Say it don’t Spray it” sembra addirittura manifestare dissenso nei confronti di chi si combatte a suon di graffiti. Un improbabile manifesto anti-bombing di una generazione ripulita che si è ormai lavata le mani dalla vernice delle bombolette? Quindi, tornano al quesito di cui sopra: ha senso suonare pop-punk a 40 anni? Inutile trovare una risposta, meglio far ripartire l’album dall’inizio.

Gorillaz – Humanz

Gorillaz – Humanz

Damon Albarn è un uomo intelligente. Un individuo particolarmente brillante, scaltro, acuto, ricettivo, simbiotico verso ciò che lo circonda, che vive manifestandosi al di fuori del proprio eco-spazio. Ché nel tempo ha saputo costruirsi una precisa immagine, indossarne i panni di personaggio-simbolo per una intera generazione, e alla fine abbattere tutto e ripartire con ingegno e inventiva usando altri travestimenti creativi. Un super eroe della Lego, bizzarro e simpatico. Un folletto mattonato e multi-colore che, agli inizi dei Novanta, partiva in compagnia dei Blur alla conquista del regno Brit Pop per poi abdicare alla volta di una fantasmagorica “grande fuga”: divenendo così una delle figure più importanti e autorevoli di tutto il panorama rock mondiale.

Mark Lanegan Band – Gargoyle

Mark Lanegan Band – Gargoyle

Gargoyle è un album che conserva il taglio formale ben definito di Lanegan, ed il mestiere di chi punta a valorizzare le proprie e imprescindibili qualità vocali; forse un po’ a discapito dell’aspetto autoriale. Un disco che si muove tra albori e tenebre, metà demone e metà angelo.

Splashh – Waiting For A Lifetime

Splashh – Waiting For A Lifetime

La genesi del nuovo “Waiting For A Lifetime” risale a pochi mesi dopo l’uscita di “Comfort” e porta in dote tutta una serie di influenze finora inedite per la band. Sasha (Voce) vola da Toto (Chitarra) a New York e lì gettano le basi di un lavoro – poi rielaborate in un dialogo a distanza londinese – che con brani come “Look Down To Turn Away” (Suicide e Depeche Mode sugli scudi) sembra spostarsi su altri lidi. Lo scheletro compositivo della band non è stato stato smantellato del tutto, (vedi l’opener “Rings”) sicuramente possiamo dire addio a quella sensazione estatica che rappresentava il pezzo forte dell’esordio.

Negazione – Lo Spirito Continua

Negazione – Lo Spirito Continua

Parliamo di un racconto coraggioso sull’animo umano, che sottintende la presenza di una parte nera che si muove velocemente facendo strani e sinistri sfrigolii al passaggio. Un’ombra che si nutre della disperazione, una piccola minaccia in un tempo sbagliato. Il fuoco amico che si alza in cielo quando tutto sembra perduto e state per auto infliggervi il colpo di grazia. È il rigurgito dell’animo oscuro che risiede in ognuno di noi: un attacco di panico in piena regola.

Woods – Love Is Love

Woods – Love Is Love

Love Is Love rappresenta dunque la telecronaca minuto per minuto degli accadimenti, non priva di passaggi scuri ma votata ad un deciso risvolto speranzoso. Un vademecum sulla meditazione moderna potremmo definirlo, che porta con sé tutte le imperfezioni (talvolta pregevoli) dei lavori costruiti di getto.