Andrew Bird – Break It Yourself
Che Andrew Bird fosse bravo lo sapevamo, ma è incredibile come ogni volta ti attanaglia a sé così dolcemente, con le sue parole e i suoi suoni, che non lo riesci più a lasciare andare…
Che Andrew Bird fosse bravo lo sapevamo, ma è incredibile come ogni volta ti attanaglia a sé così dolcemente, con le sue parole e i suoi suoni, che non lo riesci più a lasciare andare…
I due orsi sono nel campo da tempo, e l’esperienza accumulata evidentemente gli ha permesso di sfornare un album originale e con dei colpi di genio che gli fanno fare un netto salto qualitativo in avanti.
Gli A Classic Education dimostrano agli italiani che è possibile fare questo tipo di musica anche senza provenire dall’Inghilterra riuscendo ad accogliere consensi da gran parte della critica (vedi la presenza su Pitchfork). Come non esserne orgogliosi?
Disco da amare e riascoltare più volte. Artista da ricercare live per capire come possa riprodurre questo caos organico in maniera diretta, senza scappatoie.
Salmo fotografa la realtà (sua, ma anche nostra) con lucidità e ferocia e finisce che lo ascolti. Questo disco è così: ti prende a pugni, ma è necessario e finisce per piacerti da morire.
C’è poco da dire. La battaglia si risolve in un lampo e il regno del terrore, se mai stabilito, è già stato deposto senza aver destato paura alcuna. Abbiamo la pellaccia noi: “Born To Lose”.
“Sei a New York: se ce la fai qui, puoi farcela ovunque!” diceva Jack Nicholson in Qualcosa è cambiato : ritornano i Calibro 35, da New York con furore.
E se la cavano, nuovamente, alla grande.
Con una stupenda voce da soprano e una bellezza algida, la Houghton scalfirà di molto l’interesse del pubblico e gli alfabeti di critica e cronache
Open your heart in definitiva è un esercizio di stile che mangia in un sol boccone buona parte del modernariato Rock odierno, poggiando saldamente sul passato e rielaborandolo con grande gusto.
Echo Ono è una pioggia di feedback liberatoria, presa in pieno viso correndo verso un riparo all’ombra d’un albero
C’è tutta quanta l’estetica adolescenziale di riferimento e ci sono le canzoni: che a prescindere dal non trascurabile apporto di Dalton e Morgan, viaggiano da sole, già belle e fatte. Mai come in questo caso, infatti, si scrive Lemonheads ma si legge Dando.
Bello, coeso e credibile, finalmente Ranaldo ha la sua piccola deliziosa perla.
The Lion’s Roar è quello che è. Un folk cristallino, semplificato ad hoc, un esercizio di bella calligrafia da parte di un altro fenomeno internettiano tanto gradevole quanto fragile.
Paul ha ripescato gli standard e l’ha fatto con amore e dovizia, nulla più. Speriamo che Paul torni a fare quello che sa fare meglio. Le Canzoni.
Nonostante qualche strascico stilistico dal loro precedente lavoro, i We Have a Band dimostrano con questo disco voglia di crescere.