Canaan – A Calling to Weakness

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Il rumore della pioggia che scende copiosa ma nel contempo lieve, e la voce di Khalid che dopo pochi istanti intona un canto che ci porta con la mente della sua lontana, affascinante Africa. Questa è “For those who cried”, l’intro di “A Calling to Weakness”, quarta opera dei nostranissimi Canaan, una validissima band attiva dal 1996 ma purtroppo non molto conosciuta al di fuori della scena underground.
Possiamo inquadrarli genericamente sotto l’etichetta “dark”, ma in realtà i Canaan condensano influenze dai generi più vari di questo filone: loro stessi affermano di riunire nella loro musica “dark, wave e musica sperimentale”, ma ascoltandoli si può fare a meno di notare influenze industrial-ambient unite ad una cadenza tipicamente doom, che ricorda altre cult band di terra italica come Cultus Sanguine e, soprattutto, Monumentum.
La band ha comunque un’identità precisa e ben definita, dovuta all’evidente perizia musicale dei suoi membri, ad un’eccellente abilità nello scegliere suoni suggestivi e mai banali, e, non per ultimo, ad un altrettanto eccellente songwriting.
“A Calling to Weakness” è forse un album che per la sua cupezza potrà risultare indigesto e difficile da assimilare, ma non venitemi assolutamente a parlare di banalità o di noia, si tratta di un’opera piena di sfumature impossibili da coglier tutte ad un primo ascolto.
Malinconia e pessimismo sono i fili conduttori di questo lavoro, capace di toccare l’ascoltatore nel profondo ora con le musiche ed i vari campionamenti – come negli angoscianti intermezzi strumentali “Scars” e “Submission” – ora con i suoi sublimi sublimi, delle vere e proprie poesie imperniate sul tema della debolezza dell’uomo e sulla sua inadeguatezza nei confronti della realtà che lo circonda.
I nostri fruiscono di ben quattro voci: quella di Mauro, cantante e chitarrista, che si occupa dei pezzi in inglese, il già citato Khalid, Diego Merletto dei bravi Frozen Autumn in “Frequency Omega”, Andrej ma soprattutto Gianni Pedretti dei Colloquio, di cui possiamo apprezzare la voce poetiche che ci mostrano come sia possibile comporre splendidi pezzi gothic-dark anche in italiano, lingua che, almeno secondo chi vi sta scrivendo, sarebbe adattissima a questo genere musicale.
Assai struggente è l’outro “A last lullaby”, in cui la voce di Andrej chiude l’album creando un’atmosfera triste e nostalgica, peccato solo che non abbiano messo a disposizione nel booklet i testi tradotti di intro ed outro.
In conclusione, che dirvi? Si tratta in ogni caso di un’eccellente produzione tutta italiana del 2002 – la Eibon records è una label underground di Milano – un album curatissimo anche a livello di artwork e package. Gli amanti delle atmosfere dark e sperimentali lo troveranno sicuramente di proprio gusto, ma mi sento di consigliarne l’ascolto anche a chi avesse altri gusti e si fosse imbattuto in questa breve recensione, con la sola raccomandazione di non limitarsi a un ascolto superficiale: dopotutto, si tratta di un album complesso e riflessivo, i Canaan hanno molto da dire.