Red Crayola – The Parable Of Arable Land

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Sul versante estremo della psichedelia statunitense troviamo i Red Crayola. Autentici padri del noise rock emerso tra gli 80 e i 90, il gruppo di Mayo Thompson in realtà nega qualsiasi attinenza col movimento psichedelico, approvando per il loro sound la definizione free form freak out. Siamo dunque di fronte ad un forte ed estremo esempio di improvvisazione, in cui confluiscono cacofonia e sperimentazione, free style e alcune forme d’avanguardia emerse nei primi del 900, che navigherà attraverso i tempi e le correnti artistiche di maggior rilievo, dalla psichedelia fino al progressive, dal punk all’alternative rock, senza entrarvi completamente ma senza uscire pienamente da nessuna di queste. L’esordio dei Red Crayola, “The Parable Of Arable Land”, è datato 1967, e fu uno dei primi tentativi di andare oltre i primi canoni che il rock stava cercando di dettare, attraverso una strumentazione nemmeno poi tanto rivoluzionaria, ma con una attitudine artistica realmente innovativa, che qualcuno ha visto in comune con i primi tentativi artistici di Frank Zappa.
Apre la tremenda “Hurricane Fighter Plane”, in cui i Red Crayola mettono subito in chiaro la loro intenzione, vale a dire quella di sconvolgere l’ascoltatore con forme nuove e sfuggenti, con il rumore come chiave d’ispirazione artistica assoluta che solo alla lunga rivela connotazioni prettamente musicali. Si notano riverberi sullo sfondo, che conferiscono anche un incredibile senso di tensione. La seguente “Transparent Radiation” è né più né meno una carrellata inquietante di suoni, assemblati in una sorta di collage cacofonico. L’immediatamente successiva “War Sucks” sembra prendere maggior confidenza con una forma canzone solo a tratti riconoscibile, che comunque presenta alcuni ricami chitarristici interessanti su un martellante lavoro percussivo. Ancora assurdità e sbilenchi frammenti strumentali in “Pink Stainless Stail”, che improvvisamente sfocia in un acid rock rumoristico che oggi qualcuno chiamerebbe lo-fi, che si lascia persino apprezzare per certe vibrazioni psichedeliche nascoste nel bel lavoro di chitarra. Ma in tutto questo rimane la costante noise, che a tratti sembra distorcere l’intero panorama sonoro, arrivando di tanto in tanto a dar la sensazione di un suono che ci arriva da chissà dove, in cui si confondono spazio e tempo. Altro intermezzo rumoristico nella assurda e breve title track, mentre la conclusiva “Former Reflections Enduring Doubt” ha il sapore del gran finale, sempre caratterizzato dall’aspetto cacofonico, ma a questi si aggiungono toni trionfali, di celebrazioni di chissà cos’altro se non il culto dell’acido lisergico, accantonate sul finale stranamente sommesso, introdotto da un sinistro arpeggio di chitarra che conduce il brano verso una sorta di malata ballata psichedelica.
Un disco assurdo quanto innovativo questo esordio dei Red Crayola, su cui molti critici hanno dibattuto circa l’etichetta da affibbiargli. Per comodità fu definito psichedelico, noi non siamo così sicuri che sia lecito definirlo così, quel che è certo è che la musica dei Red Crayola costituì uno degli esempi più rivoluzionari di sperimentazione sonora fiorita in quegli anni. Sicuramente vi sono tratti qua e là che possono essere ricondotti a certi temi del rock psichedelico, ma noi pensiamo tuttavia che sia più opportuno parlare di uno straordinario esempio di rock sperimentale che affonda la proprie radici in certa musica d’avanguardia dei primi del 900 che solo in seconda battuta si abbevera alla fonte della psichedelia, di cui condivide senz’altro il culto per le droghe sintetiche. Di ugual valore fu il successivo disco “God Bless The Red Krayola” (1968), più misurato negli spunti rumoristici e maggiormente sbilanciato verso la forma canzone, ma che patisce oltremodo il paragone col tremendo impatto che ebbe l’esordio su pubblico e critica.