Arena – Pepper's Ghost

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

A dieci anni esatti dal loro esordio gli Arena giungono al traguardo del sesto full-lenght con “Pepper’s Ghost”, che segue di due anni l’acclamato “Contagion”. Di acqua sotto i ponti ne è passata molta da quel “Welcome to the lions cage “ del 1995, da allora i nostri hanno conosciuto alcuni avvicendamenti all’interno della line-up, ma la proposta musicale è sempre rimasta stilisticamente molto vicina ad un complesso hard rock le cui venature progressive presentavano più di un punto di contatto con quelle portate alla ribalta negli anni 80 da Marillion, Iq e Pendragon. Non molto originali, né particolarmente bravi, gli Arena riuscirono a farsi largo in mezzo a tante proposte prog e metal-prog più per il blasone di alcuni membri coinvolti (il batterista Mick Pointer proviene dal primo nucleo dei Marillion e il tastierista Clive Nolan dai Pendragon), alternando nei loro lavori composizioni veramente belle ad altre onestamente trascurabili in cui emergeva quasi sempre il buon gusto dei vari chitarristi che si sono avvicendanti (da alcuni anni abbiamo il buon John Mitchell, ma Keith Moore era onestante ben altra cosa), l egocentrismo tastieristico imposto da Clive Nolan, tastierista molto dotato ma con il difetto di “piacersi” troppo, sempre in evidenza con suoni ben oltre il limite dello sfarzoso ed infine una sezione ritmica limitata dall’ eccessiva essenzialità di Mick Pointer, a tratti davvero troppo semplicistico nelle sue performance dietro le pelli. Nonostante questo la band ha sempre conosciuto un buon successo, sono da tempo una delle punte di diamante della scuderia tedesca Inside Out e c’è chi giura di aver rivisto i fantasmi dei primi Marillion durante le loro performance live.
Come da tradizione Arena questo “Pepper’s Ghost” riporta strutture molto articolate nei vari brani, in cui si notano momenti di grande lirismo mentre altri evidenziano accelerazioni e ricami quasi hard rock, grazie ad un impiego ai confini dell’heavy metal delle belle chitarre di Mitchell, che si lasciano apprezzare anche in fase solistica, in aggiunta all’ evidente e lucido lavoro alla console riservato alla batteria di Pointer, la quale ha guadagnato più “punta” nella cassa e in generale maggiore brillantezza e dinamismo. Opportunamente Nolan è stato spinto verso il fondo, anche se non manca di emergere quando il momento lo richiede. E questo suo impiego più ragionevole è già un punto a favore. Sin dall’opener “Bedlam Fayre” si possono constatare queste lievi ma importanti sfumature apportate al sound della band inglese, che in buona sostanza rendono l’ascolto maggiormente godibile. Il brano si lascia apprezzare per certo riff work di Mitchell davvero azzeccato e anche per un generale senso di coesione che non guasta mai. Inoltre gli ingredienti per far felici i tanti amanti del prog ci sono tutti: cambi di tempo, progressioni melodiche dal grande effetto, una buona dose di virtuosismi solistici e molto “suono” progressivo. La ricetta non cambia per le successive canzoni, quasi sempre è Mitchell a regalare le emozioni più belle come nel caso dell’arpeggio di “Smoke and Mirrors”, che paga più di un dazio alla chitarra di Steve Rothery. Il problema di questo disco, ma in realtà di quasi tutti gli album degli Arena, è che parte benissimo ma alla lunga tende a “stuccare” l’ascoltatore con la troppa carne al fuoco e con sonorità quasi sempre fin troppo sontuose, anche se ci tengo a ricordare che per questo “Pepper’s ghost” si è cercato quantomeno di alleggerire qua e là il “tastierismo” di Nolan. Dunque non è impresa facile portare a termine i successivi brani, sebbene presentino sicuramente momenti discreti, come ad esempio la notevole parte strumentale di “The shattered room”. Per inciso, non so cosa ne possiate pensare degli oltre 13 minuti di “Opera Fanatica”: se siete dei ricercatori di tonalità sfarzose e abbaglianti troverete qui quanto di meglio possibile, vale a dire cori lirici, cavalcate metalliche, (cattivo?)gusto neoclassico, suggestioni medievaleggianti e atmosfere epiche e trionfali. Andando alle conclusioni, un album piuttosto in linea con quanto prodotto sino ad oggi dal gruppo, con qualche avvisaglia in più in fase di arrangiamento che a conti fatti non cambiano poi di molto il risultato. Con tutti i pregi e difetti, questi sono gli Arena: chi li ha sempre amati, li amerà ancora alla follia, chi li ha detestati o semplicemente ignorati continuerà a farlo.