RPWL – World Through My Eyes

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Non sono un sostenitore della politica portata avanti dalla Inside Out in questi anni. Trattasi in soldoni di una di quelle etichette progressive che ha promosso spesso gruppi decisamente mediocri, album trascurabilissimi, per non parlare dei super progetti della durata di un giorno e una notte tirati su esclusivamente per fabbisogni commerciali. Il tentativo di emulare quanto positivamente fatto negli anni 70 dalla Vertigo – vale a dire quello di riunire e promuovere gruppi ed artisti sotto la bandiera del progressive rock – potrebbe anche essere ammirevole, ma i risultati sono stati ben lontani da quelli raggiunti dalla gloriosa etichetta inglese. Ma qualcosa deve essere cambiato ultimamente nella direzione artistica: dobbiamo registrare una maggiore attenzione da parte della scuderia tedesca verso opere che hanno poi rivelato notevoli qualità rispetto agli standard cui ci avevano abituato in passato. Una delle più recenti novità ci arriva attraverso l’ultimo album dei tedeschi RPWL, per la cronaca il loro quarto. Famosi più per essere stati in passato una cover band dei Pink Floyd che per i loro lavori precedenti, ancora troppo acerbi ed eccessivamente derivativi, i nostri pubblicano un album davvero stupendo. Sonorità fresche, un rock solo a tratti progressivo nell’accezione classica, semmai molto evoluto nei suoi momenti colti: questi i primi riferimenti stilistici di “World through my eyes”. Il riff ipnotico di Sleep apre le danze, ed è un brano maledettamente accattivante in cui gli RPWL fanno sfoggio di uno stile personale e moderno, portando il progressive verso lidi ancora poco esplorati attraverso una forma canzone fluida e mai tronfia, con il bellissimo ed equilibrato lavoro di Kalle Wallner alle chitarre, una sorta di David Gilmour col pallino dell’hard rock, ed una voce, quella di Yogi Lang, stupendamente adagiata all’interno delle composizioni. Il fantasma dei Pink Floyd più pop appare attraverso le note di “Everything was not enough”, solo in apparenza una canzonetta, in realtà una composizione diretta con un grande senso per la melodia e per l’essenzialità e con gradevoli cori armonizzati sullo sfondo. “Roses” è forse la composizione col maggior appeal radiofonico dell’intero lotto, ed oltre ad essere obiettivamente bella si lascia apprezzare per la stupenda prova vocale dell’ospite Ray Wilson, ex Genesis dei tempi recenti, secondo il mio modesto parere una delle ugole più sottovalutate dei nostri giorni, bruciato troppo presto a causa dell’imbarazzante fallimento dell’esperienza accanto a Phil Collins e soci. “3 Lights” registra il primo momento memorabile dell’album, un brano estremamente sofisticato che si guarda bene dallo scadere nel pomposo, si mantiene al contrario su livelli di delicatezza straordinari, sottolineati da una chitarra acustica profonda e una voce che non smette di parlarci al cuore, fino allo splendido momento strumentale, inaugurato da un mellotron mozzafiato ed un solo di moog d’altri tempi. Sbilanciandomi nel giudizio, direi che “3 lights” può essere considerato un perfetto esempio di rock progressivo moderno, declinato secondo caratteristiche che pescano qua e là negli anni 70 e a piene mani tra le intelligenti evoluzioni melodiche dei Pink Floyd, tenendo come comune denominatore una mentalità che guarda soprattutto al futuro e non solo al passato, come purtroppo succede per decine di altre compagini che hanno fatto il proprio tempo. L’album prosegue la sua corsa con “Sea Nature”, altro momento piacevolmente dinamico, con una parte centrale ancora una volta sensazionale sia per i valori tecnici espressi, che per il senso squisitamente “musicale” che ne viene fuori. La title track si lascia apprezzare per alcuni riferimenti a metà tra new prog, per quel che concerne il tipico uso delle chitarre, e suggestioni direi quasi tribali che possono ricordare quelle del Peter Gabriel solista, mentre la conclusiva “Bound to reach the end” registra l’ennesimo momento da ricordare, una composizione inaugurata da un piano filtrato, già sentito su “Echoes” dei Pink Floyd, che si evolve in un saliscendi emotivo e melodico di rara intensità, con vocals dal grande effetto e l’ennesimo grande assolo di chitarra. “World through my eyes” è il disco prog che aspettavamo, una prova di innato modernismo e insperata classe per un genere che in molti altri casi ha ampiamente esaurito i temi da proporre. La preziosa linearità dimostrata in questo album sbugiarda definitivamente chi dovesse pensare che prog è solo sinonimo di sfarzo e tecnica fine a sé stessa, di patetici “raggrovigli” solistici e pochezza espressiva; “World through my eyes” va oltre il concetto di prog classico e traccia coordinate essenziali per l’evoluzione del genere. Non possiamo far altro che sperare che questa sia l’alba di una discografia sempre su questi livelli e che l’intera produzione targata Inside Out prenda questo disco come modello da seguire per i progetti che verranno. Gli RPWL sono il futuro. Eccellenti.