Al Green – Everything's OK

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Strana storia quella di Al Green. Impostosi all’inizio degli anni ’70 come uno dei migliori interpreti del soul/r’n’b grazie alla sua vellutata, vibrante voce in falsetto, Al stupì il mondo della musica abbandonando i palcoscenici per passare ai pulpiti, diventando nel 1979 il reverendo Al Green, limitandosi a utilizzare la sua splendida voce per servire Dio nelle vesti di predicatore e di cantante Gospel per oltre due decenni. Una scelta che forse in un paese come il nostro avrebbe stupito molti, ma non dobbiamo scordarci che nella ricca tradizione della musica afroamericana i predicatori e le varie confessioni protestanti, in special modo quella battista, hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di generi come il soul, il gospel e lo stesso blues, che in contrapposizione ai primi due era bollato come la “musica del Diavolo”, anche se alla fin dei conti figure come quella del reverendo Gary Davis e le analisi socio-antropologiche di Alan Lomax ben mostrano come questa dicotomia non fosse così tanto netta… Insomma, Al Green ha abbandonato un ambito musicale nobile quale quello del soul per andare inserirsi in un campo d’importanza storica fondamentale per lo sviluppo della musica nel XX secolo, dimostrando devozione e talento. Ma per fortuna di noi ascoltatori “profani”, deve essere scattata una scintilla negli ultimi anni nel cuore di Al, che deve avergli detto che non c’è alcun male a concedere anche a noi quel dono divino che è la sua voce. Ed ecco che nel 2004 il reverendo ha compiuto il suo ritorno alla musica secolare con “I can’t stop”, seguito quest’anno da “Everything’s OK”. E ad ascoltare quest’album viene proprio da dire che sì, tutto è OK: Al Green ha ripreso il discorso dove lo aveva interrotto un quarto di secolo fa, proponendoci un soul/r’n’b classico che però non si limita ad aderire agli stereotipi del tempo. No, questo è un album fresco e ispirato, un disco che sembra provenire dai tempi di Marvin Gaye e Otis Redding: delicatamente sensuale grazie a una splendida voce accompagnata da una band perfetta, solare e pieno di energia positiva, insomma, dotato del nobile fascino che da sempre caratterizza la musica soul, non un semplice genere musicale ma uno stile che richiede un profondo contatto con l’anima, capace com’è di farci vibrare nel profondo nei suoi momenti migliori. E Al Green ci riesce benissimo, facendo comparire un sorriso sulle labbra dell’ascoltatore con brani come “Everything’s OK” o “Another Day” (niente a che vedere coi Dream Theater eh!), catapultandolo in sensuali atmosfere settantiane (“You are so beautiful”, una ballata soul morbida che sembra di aver sentito in qualche film d’epoca, e che pure non si riduce al semplice clichée), invitandolo a ballare (“Build me up” e “Magic Road”), e confessandogli candidamente che egli può fare della musica sia per far muovere i suoi piedi, sia per pregare e capire (“I can music”, quale splendido manifesto artistico e che meraviglia quell’armonica che ricorda Stevie Wonder). Dopo alcuni anni passati nell’oblio, complice lo sdoganamento commerciale di massa e il conseguente svilimento di un genere nobile come il rhythm ‘n blues, sembra che per il soul siano tornati tempi propizi, grazie a giovani artisti di talento come Joss Stone o Ricky Fanté, tanto per citare i più famosi, all’ottima vena di gente come Solomon Burke o anche alla scomparsa di un genio come Ray Charles, che ha portato un certo interresse grazie al suo pluripremiato film biografico. Il fatto che un maestro come Al Green abbia deciso di tornare in grande stile con un disco tanto sublime non fa altro che confermarci che sì, è davvero tutto OK. Che Dio ti benedica, reverendo.