Paul McCartney – Chaos And Creation In The Backyard

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Per molti artisti (o presunti tali) di oggi, l’ultimo album di Paul McCartney è da considerarsi come “manualetto fondamentale per la costruzione efficace e pulita della pop song perfetta”. Capirete dunque perché in un certo senso “Chaos And Creation In The Backyard”, oltre a rincuorarmi, mi mette tristezza. E’ una tristezza derivata dalla compiuta consapevolezza che tra gli artisti di oggi non ci sia nessuno in grado di scrivere una canzone pop memorabile. Ci provano in tanti, dai Coldplay agli Stereophonics passando per gli Oasis e gli U2, ma nessuno ha nella penna quella quasi infantile magia che Paul McCartney dimostra di avere ancora, e che è il propulsore determinante per una pop song eterna. E così dopo il Moz di “You are the Quarry”, quest’anno registriamo la prepotente candidatura a miglior disco pop dell’anno di “Chaos And Creation In The Backyard” di Sir Paul McCartney, che alla veneranda età di 63 anni torna dunque sulle scene con un disco, lo avrete capito, splendido, il cui suono non è più patinato e costruito come quelli che Sir Paul ha continuato a pubblicare negli anni, ma tremendamente essenziale e genuino, schietto e diretto, prodotto da un mago del suono come Nigel Godrich, coreografo, tra gli altri, delle fortune dei Radiohead. Così come successe per il primo omonimo album di Paul, anno 1970, è lo stesso Paul ad occuparsi di tutti gli strumenti, fatta eccezione per alcuni interventi di archi. Ma quel che più stupisce è la scrittura, raffinata, sobria ed ispirata come ai bei tempi. La partenza è da leggenda: “Fine Line”, singolo apripista del disco, potrebbe tranquillamente uscire da uno dei primi, storici dischi di McCartney; ne eredita la stessa verve e la stessa magia che solo un ex fab four può trasferire in una pop song che si mostra vibrante e al tempo stesso quasi agra, forte di una linea vocale che si stampa in testa già al primo ascolto. Semplicemente la canzone più bella di Paul da 30 anni a questa parte. Si passa per una manciata di ballate delicate tra cui si distingue una toccante “At the Mercy”, fino ad arrivare a “Friends to go”, altro momento da incorniciare per un pop ancora perfetto. Spazio anche per un autentico gioiellino come “English Tea”, breve filastrocca psichedelica per piano, voce e archi che non avrebbe sfigurato in “Magical Mistery Tour”, figuriamoci l’effetto che può avere oggi in un panorama musicale stanco e malandato come quello del mainstream pop. Il resto del disco si mantiene su livelli altissimi di composizione, tra molte ballate soft dal delizioso pathos, in cui il piano e la voce di Paul incantano, e un pop colto ed elegante che raggiunge vette impensabili di intensità su “Riding to Vanity Fair”, una canzone che aggiunge un tocco di memorabile al disco, grazie a quel Wurlitzer sospeso tra sognanti violini e pochi tocchi emozionanti di Glockenspiel, in aggiunta ad una linea di voce come da tempo non se ne sentiva, ben distesa su un tappeto di batteria essenziale, dall’evidente stampo retrò ma maledettamente efficace. Non avrebbe potuto fare di meglio lo zio Paul, davvero, questo suo “Chaos and creation in the backyard” è un ritorno coi fiocchi, un disco che ci restituisce un grande artista in forma smagliante, un disco che quasi impaurisce per la bellezza che contiene e che distrugge in un sol botto le decine di uscite stagionali che in molti si affrettano a etichettare come “nuovi Beatles”. In una parola: favoloso. E non poteva essere altrimenti. Triste che tocchi ancora allo zio Paul, nel 2005 signori, dimostrare come si scrive e si suona un disco pop. Triste che ancora ci sia così tanto da imparare dalla storia. Detto questo, l’ascolto di un disco come “Chaos and Creation in the Backyard” non può che farci enormemente felici.