Cane, Vittorio – Vittorio Cane

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Vittorio Cane è un cantautore. Uno di quelli che vuole sorprenderti con le sue canzoni. E ci si trova a porsi la sempre fatidica domanda: “Ma ci è o ci fa?”. E il torinese va avanti con piccole storielle e piccoli giochi di musica. Alla maniera di un Battisti che fa a botte con Rino Gaetano e Bugo si mette a fare l’arbitro. O almeno e questo il risultato a cui aspira col suo mondo di simpatiche baracconate e semplici, piccole, spacconate. Con la sua chitarrina, con i suoi suoni e tutto il contorno, con la sua voce stentata, è lì che canta, anche se non lo ascolta nessuno. Perché lui è un piccolo artista. Ma lo è davvero? Non so voi ma alla frase “La gallina dov’è, il pollo son io” mi sale una vampata nervosa che nemmeno ad ascoltare i nonsense di Moltheni, ed ho detto tutto (o quasi).
Eh già, il limite rimane proprio quello: i pezzi di Vittorio Cane sono canzoni del momento che non si sa totalmente come prendere. Inoltre spesso mi ricorda davvero troppo Bugo, ma rispetto a quest’ultimo gli manca la vera esagerazione, finendo per fare la figura del piccolo personaggio di contorno che non sa come si recita da protagonista, e di questo se ne compiace. Senza che io ne capisca il motivo. Certo, “Il punto” è un ottima canzone e potrebbe rappresentare una luce guida per il futuro, ma ora come ora non ha senso attaccarsi ad una singola traccia quando ce ne sono altre nove attorno.
E allora si rimane con quel punto di domanda. Ma se la smettesse di stonare, di scrivere canzoni minimali (che il banale è lì dietro), se la piantasse di fare il cantautore loser che però ne sa tanto e si gode i piccoli momenti, se la finisse con tutti questi cliché, alla fine sarebbe migliore? Forse no, forse sì. Probabilmente questa è la sua dimensione ideale. Prendere o lasciare. Io, nel dubbio, lascio.