Litfiba – Terremoto

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Già da cinque-sei anni i Litfiba non erano più la comune di còlti new wavers che contribuì a risvegliare l’underground fiorentino, e avevano iniziato a riconoscersi unicamente nella doppietta rock Pelù-Renzulli. Duo attorno al quale avrebbero gravitato, tra vecchia e nuova leva, le personalità più importanti della scena italiana, Candelo cabezas e Trambusti prima, dei giovani Roberto Terzani e Fede Pogipollini qui. Dal novantuno in poi la biscrazìa aveva dunque messo al bando le raffinatezze ermetiche degli esordi anche perché, coi tempi che correvano, c’era ben poco da fare i sottili: il Terremoto in questione è quello di Mani Pulite, l’Italia cantata è quella scossa dallo scandalo politico di metà anni novanta, è l’Italia degli scheletri che escono delle “cose-che-si-sapevano-ma-non-si-potevano-dire” che vennero invece urlate ai quattro venti. E questo album ha proprio l’aria di uno sfogo: dalla musica ai testi, nulla è suggerito, i Litfiba la fanno fuori senza troppo filtro, con un linguaggio esplicito che arriva ad assomigliare a quello delle Posse italiane, allora emergenti. Con un sottofondo di scacciapensieri da profondo mezzogiorno “ dentro i colpevoli e fuori i nomi” è l’anatema d’apertura: Pelù rispolvera lo spirito punk, manda “affanculo l’onore…e l’omertà” e s’inventa Maudit, il satiro delatore che minaccia di comparire in Tv per dire “tutto-tutto” sulle “elezioni, vaticano, Chiesa in Africa, P2, insabbiamenti…” e quant’altro restasse ancora oscuro nel Belpaese del ripulisti generale. Di lì in poi tutto finisce nella sua lista nera: strapotere pecuniario, militarismo, vecchi Dinosauri del potere che tentano il colpaccio, il torpore nostalgico di mamma Firenze e dell’Italia tutta. Canzoni come Fata Morgana e il Mistero di Giulia parlano di apparenze e sostanze divergenti, Pelù continua a vomitarla fuori mentre il gruppo -per l’occasione- picchia più duro di quanto abbia mai fatto prima. Il vecchio, stolìdo metallo che, una volta tanto, funziona anche in italiano o meglio “all’italiana”: l’armeria pesante dell’heavy Metal al servizio delle rivendicazioni, legittimamente rozze, del frustrato popolo italiano.