Trentemøller – Fixion

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È una sperimentazione concettuale, a tratti claustrofobica e stratificata, inglobata e poi risucchiata da rivoli sonori senza luce, quella che emerge dall’ultimo album di Anders Trentemøller. In questa nuova visione quasi esistenziale del suono, Trentemøller esplora concezioni ritmiche che attraversano oscuri scantinati anni Ottanta e solitari luoghi dallo spirito anni Novanta.

Allontanandosi dai limpidi riflessi elettronici di The Last Resort e Into The Great Wide Yonder, il nostro imbocca la strada tenebrosa già in parte intrapresa con LostFixion presenta trame sonore “ambientali” e cascate minimaliste fluttuanti fra echi Post-Punk e sensazioni Dark-Wave, mentre una patina cinematica aleggia a più riprese sui lunghi tappeti di synth.

In un flusso quasi retrò di rielaborazioni stilistiche, di pennellate dal sapore tipicamente nordeuropeo in cui le voci sembrano meno presenti rispetto ai precedenti lavori lasciando più spazio all’essenzialità del suono, alcuni brani si avvalgono della collaborazione di Jehnny Beth delle Savages, di Lisbet Fritze, chitarrista e voce del trio scandinavo Giana Factory, e di Marie Fisker.

Le batterie sintetiche abbracciano così vortici spettrali di loop in “Sinus” e “Phoenicia”, mentre paesaggi quasi evanescenti e impalpabili fanno capolino in “November” e in “Where The Shadow Falls”, il tutto senza privarsi delle fantasticherie cyber industriali di “Circuits”.

Fixion è un disco da assorbire lentamente, meno diretto rispetto ai suoi predecessori e molto più cerebrale di quanto si possa immaginare. È come una costellazione sonora di elegante romanticismo, buia malinconia, paura di perdersi per poi ritrovarsi nel freddo dei sintetizzatori. È un universo immaginario fatto di musica; è irreale quanto la realtà stessa.

Data
Album
Trentemøller – Fixion
Voto
4