Forest Swords – Compassion

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Matthew Barnes aka Forest Swords si era già fatto largo fra gli ascoltatori con quel folgorante “Daggers Path”, intenso mix di dub, trip-hop e fluttuanti atmosfere folk provenienti da mondi lontani. È bastato pochissimo per affinare ulteriormente le prospettive, e il suo esordio “Engravings – marchiato Tri Angle records – lo ha inscritto magnificamente in quel contesto popolato da artisti del calibro di AlunaGeorge, Balam Acab e Jon Hopkins.

Parliamo di travolgenti dicotomie capaci di colpire il cervello piuttosto che le membra; sono le sinapsi a sobbalzare, non il corpo sulla pista da ballo.

Sarebbe troppo facile tirare in ballo Bonobo per spiegare le sonorità acquisite da Forest Swords con il recente ingresso nella Ninja Tune records . Compassion è composto da infiniti loop che vanno e vengono fra sonorità di mondi e civiltà dimenticate, dove violoncelli e martelli digitali diventano percussioni e la resa strumentale prende forme sempre più umane, più calde. Infinita è la gamma di synth che avvolge in tiepidi abbracci l’ascoltatore. Si possono udire lontanissimi colpi di sciabole tibetane, ormai trasportate dal vento; marce funebri che sembrano decantare eroi dimenticati – sentirete cori impossibili da ricantare o da captare (“Highest Flood”), mentre piano piano vi accorgerete di seguire architetture senza percepirne la costruzione. I carillon di “Panic richiamano molto “the North Border” ma le dimensioni etniche e diversificate di Bonobo qui si soffermano e si cristallizzano verso una melodia universale, composta da una gamma di strumentazioni eterogenee ma appartenenti allo stesso schema, allo stesso tempo. I sample provengono da quarantacinque giri polverosi; la puntina gira gracchiando in moto perpetuo, mentre violini musicano un’ipotetica casa infestata.

Compassion è la colonna sonora di un film che nessuno più guarda né ascolta, è un ultimo e soffuso requiem per sé stessi. Un gracile stato d’abbandono insito nei delay degli effetti che piano piano escono dalle note dell’album. “Arms Out ci delizia con violoncelli e sitar, “Vandalism” appartiene a quell’oscura dimensione post-jazz nella quale si intrecciano elementi noise, drone e witch-house – da segnalare che i sopraffini oOoOO, l’unica formazione sopravvissuta alla meteora witch-house, condividevano la label, e le sonorità, con Forest Swords.

I suoni delle spinette e dei clavicembali si alternano a oboe e tromboni, ma senza agganciarsi ad alcunché di particolare: un eterno mescolarsi di suoni caldi e concreti nel magma digitale. Ulver (quelli di “Perdition City”) e Blackfilm docent.

Sjurvival” è una struggente nenia drone, ultimo canto di una balena morente: la solitudine nella sua immanenza e monumentalità. Ma Compassion è anche alternanza di stati d’animo, con la veloce e quasi briosa “Raw Language” che a suon di violini, sax, ocarina e cori in stile “Ghost in the Shell”, risolleva l’animo dell’ascoltatore fino a mostrargli il gran finale: “Knife Edge”; incantevole coda di solo pianoforte e lontanissimi riverberi drone che regala una magistrale melodia classica e malinconica. Sonata per arterie solitarie, delicatissima e sensuale musica per composizioni astratte e mondi dimenticati.

Data:
Album:
Forest Swords - Compassion
Voto:
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