Elevators To The Grateful Sky – Cape Yawn
La band Palermitana aumenta l’urgenza e le chitarre riconducibili al Seventies Rock dei Black Sabbath. Un Desert-Rock, il loro, quasi schizofrenico nel bearsi di cotanta duttilità di soluzioni.
La band Palermitana aumenta l’urgenza e le chitarre riconducibili al Seventies Rock dei Black Sabbath. Un Desert-Rock, il loro, quasi schizofrenico nel bearsi di cotanta duttilità di soluzioni.
Rispetto al precedente Idiokrati, il nuovo Av Nag possiede una natura più melodica, sicuramente più oscura, pur mantenendo la violenza degli esordi. Un deciso passo in avanti che la band compie anche nei testi, rigorosamente in Norvegese, alle prese con le imperfezioni dell’essere umano e dei difetti dell’umanità in generale.
Mèsico come Messico. E come una saga familiare da scorgere appena, scostando le tendine di una nota biografica, sulla pagina ufficiale del nostro. Ma che suggerisce un’epopea, un romanzo, e mondi lontani, figli e insieme orfani dello stesso destino.
I P4TM inglobano in modo definitivo la scrittura della musica in Italiano, acquisendone l’emotività sana e rifiutando al tempo stesso il precipizio demenziale di un “ruuoock” tricolore. Sembra che l’uso dell’italiano abbia permesso di far sgorgare libere le pesanti linee melodiche come in un coito affatto interruptus.
Composto da dieci pezzi dalle sonorità più disparate, di cui nemmeno uno fuori fuoco, La fine dei vent’anni è un lavoro che mischia l’immediatezza della scrittura a una cura preziosa dei dettagli, la freschezza e l’urgenza di un autore davvero talentuoso come Francesco Motta alla grande esperienza nel lavoro sui suoni di un altro fuoriclasse come Riccardo Sinigallia.
Non è un mistero il fatto che i nostri siano musicalmente orientati verso un asse geografico capace di collegare le fredde lande Scandinave con la più selvaggia Australia. In questo senso, il nuovo “Sail Away” è sicuramente una pietra di paragone, deliziosa.
Prima o poi doveva succedere. Perché le estetiche spesso si attraggono e perché sono un piccolo orgoglio nostrano: quindi chi ci vieta di godere al cubo? Nessuno, ovviamente. Certo, però “VS” potrebbe risultare un titolo fuorviante. In realtà, ma credo che lo abbiate capito da soli, questa non è una sfida, ma un incontro fra due splendidi interpreti “solitari”.
In una Bologna distopica, s’aggira furtivo uno sciamano. Offre viaggi contenuti in piccole schegge opaline, garantendo sensazioni forti come la marijuana messicana e avventure tropicali d’altri tempi. Lui definisce la faccenda come: “Una collezione di meraviglie”. Noi, dopo più di qualche giro sulla giostra, possiamo definitivamente confermarne la natura e raccontarvi la dinamica.
Oggi tornano con il loro quarto lavoro intitolato “After Us”, il primo concepito per una band di quattro elementi. Mixato e Masterizzato presso il Sound of Sirens Studio (California, US), da nientemeno che Toshi Kasai – già al lavoro con The Melvins, Tool e Shrinebuilder –, l’album conferma nuovamente la band come una delle migliori espressioni Heavy dello stivale.
Gli ingredienti sono acustici. Non c’è spazio per sperimentazioni, effetti particolari, influenze indie o sintetizzatori. L’approccio è puro e semplice, chitarra e voce, qualche coro, archi, fiati e stop. Non serve altro per fare un buon disco.
Tutto per alzare un grande dito medio in direzione della malattia, di ciò che potrebbe metterci in ginocchio, abbatterci, persino disintegrarci, ma che a volte trova pane per i propri denti ed è costretto alla fuga. Un monito all’orgoglio, alla passione indissolubile. Un disco monumentale.
“La Cosa” di Prus, per concludere, è un film che va visto rigorosamente in cuffia, dentro le nostre menti, ambientato in una base artica sperduta, che somiglia tanto a una discarica di rifiuti tossici, all’interno della quale una squadra di voci interiori, tutte diverse, tutte interpretate dallo stesso attore, cercano di capire chi sia il mostro e chi l’abbia creato.
Un inedito del genere, nel 2016, è senza dubbio la dimostrazione di quanto la musica riesca ad ingannare il tempo, mantenendo intatto il proprio fascino. “Hold On!” è un album che intrattiene magnificamente, da ascoltare a cena con la persona che ami, con chi merita, perché certa musica ha ancora valore e James Hunter ne sa qualcosa.
Se prima, ascoltando M. Ward, ci si poteva divertire a trovare affinità sonore con Tom Waits, o se ci si voleva dilettare nell’identificare elementi di primitivismo americano, oggi possiamo ballare con leggerezza brani dal sapore quasi glam.
Se per caso nella vostra discografia non c’è ancora nulla di Todd, fatevi un regalo comprando questo box, vi darà davvero molte soddisfazioni.