Giardini di Mirò – Punk…not diet!

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E’ bene che si sappia: l’Italia non è solo il paese della buona cucina, dell’arte, delle belle donne e del catenaccio. Mi farebbe piacere che il nostro bel paese venga ricordato anche per questi Giardini di Mirò, autori di questo “Punk…not diet”, che arriva dopo due anni di distanza da quel “Rise and fall of academic drifting” che aveva messo d’accordo un po’ tutti nel definire il gruppo emiliano come il nuovo punto di riferimento del post rock italiano. A dire la verità di squisitamente italiano nel loro sound c’è ben poco: non è difficile notare come l’esterofilia domini incontrastata nel loro universo sonoro, esterofilia che non si riduce a mera imitazione di mostri sacri quali Mogwai, Godspeed you black emperor e Sigur Ros ma funge essenzialmente da punto di partenza per il crearsi del loro stile che stupisce per maturità e freschezza. A mio parere i nostri possono avere paradossalmente anche un punto in più a loro favore, ovvero uno spiccato senso della melodia, che potrebbe in futuro anche aprire loro le porte della grande notorietà. “Punk…not diet” riprende il discorso iniziato da “Rise and fall…” e lo trasporta su un piano volutamente più accessibile, aumentando le parti cantate, sempre rigorosamente in inglese, e riducendo, ma non eliminando, le tentazioni sperimentali. Echi di Radiohead giungono nella suggestiva “The swimming season”, mentre lo spettro dei Mogwai si materializza nella successiva “Given ground”, soprattutto per alcune armonizzazioni vocali che ricordano pesantemente certe soluzioni di “Rock action”. Chi accusa gli artisti post rock di essere troppo prolissi nelle frequenti escursioni strumentali dovrà ricredersi ascoltando “Connect the machine to the lips tower”, dove un ottimo lavoro chitarristico si poggia su di una base pulsante interrotta da soavi intermezzi arpeggiati in crescendo, talmente ben arrangiati da far sembrare i Giardini di Mirò una band con oltre 20 anni di esperienza.Seguono ottimi brani cantati, tra malinconia e suggestioni autunnali, sempre caratterizzati da un notevole gusto melodico e da ottimi innesti di effetti elettronici e stranezze varie, come nella bellissima “Last act in baires” in cui sognanti voci femminili si incontrano su uno sfondo che mano a mano abbandona la sua purezza iniziale per sfociare in un sinistro finale apocalittico. E’ difficile trovare punti deboli in un disco come questo, forse qualcuno potrebbe accusare i nostri di eccessiva adulazione verso modelli esteri, ma per quanto mi riguarda i Giardini sono senza mezzi termini la miglior band italiana del momento. Decidete voi da che parte stare.