Red House Painters – Ocean Beach

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Mark Kozelek, ovvero i Red House Painters, splendido gruppo folk rock statunitense attivo ormai da più di 10 anni che ha sempre riscosso poca attenzione fuori dai confini americani. Dopo tre album di buon spessore soprattutto per i meriti compositivi del sopracitato singer, i Red House Painters pubblicano nel 1995 questo bellissimo “Ocean beach”, che si presenta come primo lavoro frutto di una reale band e soprattutto con una vena ispirativa davvero notevole. Il loro sound parte dalle tipiche suggestioni folk di Bob Dylan, passando attraverso i malinconici scenari di Nick Drake, il tutto condito da buone dosi di Indie rock e dalla bellissima e penetrante voce di Mark.
La spensierata ballata folk strumentale “Cabezon” inaugura il disco nel migliore dei modi, con le sue chitarre acustiche armonizzate e il suo incedere lento e gentile, ma è la successiva e malinconica “Summer dress” a mettere in chiaro le intenzioni dei Red House Painters: emozionare l’ascoltatore con arrangiamenti al limite del minimale, puntando tutto su delicate e sognanti melodie costruite e pensate per esaltare le caratteristiche vocali di Mark, sulle chitarre acustiche e su splendidi ricami di violino. La pulsante “San Geronimo” rialza momentaneamente i toni del disco grazie all’interessante e frizzante lavoro batteristico di Antony Koutsos, ma sentite di cosa sono capaci i nostri intorno al minuto tre: un etereo break, tutto incentrato su toccanti violini gentilmente distesi sulla chitarra elettrica di Mark, vi metterà le ali e volerete alto e ad occhi chiusi tra le meravigliose melodie di Kozelek. Il pianoforte di “Shadows” è l’ennesimo colpo al cuore, ma “Ocean beach” ha uno dei suoi picchi di intensità nella brevissima “Red carpet”, dove uno stralunato arpeggio acustico sottolineato ritmicamente dal solo ride di Antony e impreziosito dalla sofferente voce di Mark, sfocia in un finale strumentale da brivido con essenziali tastiere di floydiana memoria in evidenza. Si prosegue sui soliti sentieri emozionali anche nelle successive “Brockwell Park” e “Moments”, mentre una malinconica chitarra acustica in “fade in” vi accoglierà nella conclusiva “Drop”, il piccolo grande capolavoro di questo disco, una canzone per anime delicate, uno squarcio di tristezza e malinconia che amerete provare in tutta la sua magnifica carica emotiva. Non basterà solo un ascolto per comprendere questo lavoro, come del resto sono convinto del fatto che questo disco non sia adatto a tutti i palati; ma forse è proprio questo a renderlo speciale: è una gemma rara a disposizione di tutti ma che pochi sapranno scorgere e successivamente amare.