Arab Strap – The Red Thread

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Quanti modi esistono per ascoltare un cd e quanti ne esistono per recensirlo? Qualcuno troverebbe più giusto limitarsi a fornire un’analisi fredda dell’opera, giusto i dati biografici, qualche cenno sullo stile di musica, le influenze più evidenti e poco più. Sotto questo punto di vista “The red thread”, quarta fatica degli indie rockers scozzesi Arab strap datata 2001, è un album di dieci canzoni indie rock animate da una chiara propensione verso lo slow-sad core, con alcuni elementi di elettronica nei patterns ritmici e sugli sfondi, occasionali interventi pianistici atti a rendere più gentile l’universo sonoro e i sussurrati interventi vocali di Aidan Moffat a ricercare sfuggenti linee vocali. E’ un album che passerà alla storia? La risposta è inesorabilmente negativa, soprattutto se analizziamo il disco sotto un punto di vista squisitamente “discografico”. Tanto per intendersi questo è il classico album odiato dai signori incravattati della musica: gli incisi ci mettono troppo ad arrivare, le canzoni si perdono spesso in dilatate fughe strumentali caratterizzate dai suoni più inquietanti che di certo non faciliteranno l’approccio degli appassionati dell’ultim’ora. Inoltre “The red thread” è un disco non privo di difetti, soprattutto nella voce, a volte quasi calante, e mai interessata ad individuare una benchè minima linea costante su cui poggiarsi e le ritmiche sono spesso sporcate da profondissimi reverberi che ne confondono lo scandire. Qui potrebbe finire l’analisi oggettiva di questo disco, il freddo recensore che si aggira in me ha terminato il suo compito e se ne va soddisfatto dall’aver informato sufficentemente bene i lettori meno esigenti e, perchè no, meno “calienti”. Adesso è il momento però di parlare di musica da appassionato con gli appassionati, pertanto dico subito che questo è un capolavoro, è un disco emozionante, un disco dove le cose che “discograficamente” non vanno sono proprio quelle che lo rendono unico; unico nella sua carica emotiva, nella sua sublime profondità. Moffat è sofferente, è un menestrello che ci delizia con le sue storie, ora tristi, ora sarcastiche, intrise sempre di quell’amaro tipico di chi è scozzese e si porta nel cuore lo scorrere adagio e silenzioso dello Spey, mentre Malcom Middleton è un sofisticato signorotto della chitarra, una chitarra così piacevolmente opportuna nei suoi squarci elettrici e negli improvvisi rilasci acustici. Avrete di che godere se amate i sognanti feedback provocati dai reverberi e dai delay applicati alle chitarre leggermente distorte, tra le soavi escursioni acustiche di una chitarra folk mai troppo rilassata nel suo incedere e tra i sincopati ritmi di una batteria di cristallo; saprete di che colore sono i sogni degli Arab Strap non appena giungeranno al vostro cuore le incantevoli suggestioni gotiche di “The long Sea”, gli incredibili contrasti sintetico-acustico della oscura e malata “Infra red”, le ossessive e ripetute pennellate di chitarra di “Screaming in the trees”, interrotte da uno pseudo-mellotron in lontananza che pian piano sfocerà in un finale malinconico tra archi sintetici e pianoforti filtrati. Il mio pudore non mi permette di andare oltre nel commentare questi inestimabili gioielli comunemente e volgarmente conosciuti col nome di canzoni e vi esorta ad avvicinarvi a questo lavoro prima che qualche pazzo discografico decida di toglierlo da uno sgualcito catalogo. E’ probabile che “The red thread” sarà rivalutato tra qualche anno, come spesso succede quando un artista troppo sofisticato decide ugualmente di pubblicare un’opera così poco in linea col mercato. E io sarò lì a scuotere la testa…insieme agli Arab Strap.